
Bere un bicchiere ogni tanto potrebbe essere percepito come un comportamento innocuo, ma quando si parla di gravidanza non esiste una soglia considerata sicura. È il messaggio ribadito dall’Istituto superiore di sanità (ISS), secondo cui, nonostante una crescente consapevolezza dei rischi legati all'alcol in gravidanza, resta diffusa una quota di consumo occasionale che tende a essere sottostimata o non riferita dalle donne coinvolte nello studio.
Un divario tra percezione e realtà
L’indagine è stata realizzata dal Centro nazionale dipendenze e doping dell’ISS nell’ambito del progetto dedicato alla salute materno-infantile e alla prevenzione dei rischi associati al consumo di alcol durante la gestazione. Tra gennaio 2024 e luglio 2026 sono stati analizzati 83 campioni di capelli di donne in gravidanza tra i 18 e i 24 anni e 147 campioni di meconio neonatale. Le analisi hanno ricercato la presenza di etilglucuronide (EtG), biomarcatore utilizzato per valutare l’esposizione all’alcol. I risultati mostrano che solo due campioni materni presentavano livelli vicini ai valori indicativi di un consumo cronico. Tuttavia, in 34 casi, pari al 41% del campione, è emerso un profilo compatibile con quello che la letteratura scientifica definisce una "bevitrice sociale". Si tratta di un dato che contrasta con quanto dichiarato dalle partecipanti, che nelle interviste avevano riferito di essere astemie, di non consumare alcol o di aver sospeso completamente l’assunzione dopo aver scoperto la gravidanza.
Un risultato che richiede ulteriori approfondimenti
Gli esperti precisano che il dato non può essere interpretato come prova di un consumo cronico di alcol né consente di quantificare con precisione frequenza e quantità delle assunzioni durante tutta la gestazione. Si tratta infatti di «risultati è interessanti che verranno approfondito in una pubblicazione scientifica», evidenzia Adele Minutillo, ricercatrice del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto superiore di sanità. Diversa la situazione emersa dall’analisi del meconio neonatale, che nella maggior parte dei casi ha confermato le dichiarazioni delle madri. Solo un campione si è avvicinato alla soglia considerata indicativa di esposizione prenatale all’alcol.
Il messaggio degli esperti: nessuna quantità è sicura
In vista della Giornata mondiale della sindrome feto-alcolica (FASD), gli specialisti ribadiscono la necessità di rafforzare l’informazione e la prevenzione, coinvolgendo non soltanto le donne ma anche il contesto familiare e sociale.
«Il messaggio è chiaro: zero alcol in gravidanza – sottolinea Simona Pichini, direttrice del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità –. Promuovere questa consapevolezza significa intervenire prima del concepimento, durante la gravidanza e, più in generale, aumentare la consapevolezza dei rischi legati al consumo di alcol durante la gestazione. L’astensione non è una questione che riguarda solamente la donna ma coinvolge il partner e coloro che ruotano intorno alla coppia».
Formazione e prevenzione al centro delle strategie
Un pilastro del progetto è stato il potenziamento della formazione degli operatori sanitari che lavorano nell’ambito della salute materno-infantile. Sono stati organizzati quattro corsi a distanza che hanno coinvolto circa 20 mila professionisti sanitari. Accanto alla formazione, l’Istituto ha sviluppato iniziative di informazione rivolte alle giovani donne in età fertile, con l’obiettivo di promuovere comportamenti consapevoli già prima della ricerca di una gravidanza, perché «la promozione della salute deve raggiungere le persone in età fertile e fornire informazioni comprensibili e scientificamente corrette anche nella fase preconcezionale», aggiunge Pichini.




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