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Terapie semintensive nei reparti di medicina interna: Simi e Fadoi chiedono una riforma dopo 38 anni di norme ferme

Le società scientifiche portano ad Agenas e al Ministero della Salute un dossier: il 60% dei pazienti ha un'intensità di cura medio alta, ma i decreti li classificano ancora come "a bassa complessità"
Medicina Interna

Camici bianchi che gestiscono sepsi, insufficienze respiratorie e shock settici in reparti che, sulla carta, dovrebbero ospitare pazienti "a bassa intensità di cura". È il paradosso quotidiano della medicina interna italiana, rimasta inchiodata a decreti ministeriali firmati nel 1988, quando i degenti di oggi — sempre più anziani, fragili e politrattati — non erano nemmeno immaginabili. A rompere il silenzio sono la Società italiana di Medicina Interna (SIMI) e la Federazione delle Associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti (FADOI), che hanno lanciato un appello istituzionale per far riconoscere in via ufficiale le terapie semintensive all’interno delle unità operative di medicina interna.

Il dato che cambia tutto

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Non si tratta di una percezione clinica, ma di numeri. Uno studio congiunto SIMI-FADOI, pubblicato nel 2025 e condotto sui pazienti ricoverati nei reparti lombardi, ha rilevato che ben il 60% dei degenti presenta un’intensità di cura medio alta. «Negli anni '80 del secolo scorso il mondo era completamente diverso, i pazienti non erano così complessi né acuti e non avevano i bisogni assistenziali odierni – ha spiegato il prof. Nicola Montano, presidente SIMI –. Oggi la realtà è radicalmente mutata. Gestiamo malati estremamente complessi che spesso si complicano proprio durante la degenza, manifestando patologie acute come edemi polmonari, insufficienze respiratorie, sepsi importanti o shock settici. Per questo motivo i reparti di Medicina Interna hanno l’assoluta necessità di avere al proprio interno strutture di terapia semintensiva: letti dotati di un livello di monitoraggio più elevato e di un maggior numero di personale specializzato".

Una giungla di regole regionali e il riconoscimento è a macchia di leopardo

Ad oggi le terapie semintensive internistiche esistono in molti ospedali, ma il loro riconoscimento avviene in modo frammentario, lasciato alla discrezionalità delle singole regioni, senza alcuna sistematicità nella programmazione sanitaria nazionale né nei criteri di accreditamento. Il risultato è una profonda disomogeneità nell’offerta di cura a seconda di dove il paziente si ammala.

A partire da questo, la richiesta è chiara: prima di tutto ottenere il riconoscimento giuridico del diritto ad avere queste strutture. "Siamo consapevoli delle attuali difficoltà gestionali delle aziende sanitarie, legate in primis alla carenza e al difficile reperimento di personale infermieristico, che renderebbero impossibile un’attivazione immediata e di massa di questi letti in tutti i reparti d’Italia – ha precisato il professor Montano –. La richiesta formale e immediata alle istituzioni è però quella di ottenere prima di tutto il diritto e il riconoscimento giuridico della possibilità di averle".

Il dossier per Agenas e il Ministero della Salute

Dal meeting nazionale "La Terapia Semintensiva in Medicina Interna", svoltosi con il contributo di SIMEU, ACEMC e dell'Università di Bologna, è nata un’azione istituzionale concreta: la produzione di un dossier programmatico che verrà portato ad Agenas e al Ministero della Salute per richiedere formalmente l'attivazione e il riconoscimento strutturale di queste unità nel Servizio sanitario nazionale. L'Azienda USL di Bologna e l'Ospedale Maggiore fungono da laboratorio e capofila del percorso.

L'internista del XXI secolo

Il congresso è stata anche l’occasione per ridefinire la figura professionale dell'internista moderno: "hospitalist" a tutto tondo, capace di coniugare autorevolezza scientifica e gestione del malato critico. Il dibattito, condotto da Rodolfo Sbrojavacca (Udine) e arricchito dal contributo di Fabio Piscaglia, direttore della Scuola di Medicina Interna dell'Università di Bologna, ha affrontato il tema della formazione e la definizione dei cosiddetti "core clinical tasks": le competenze pratiche fondamentali che ogni internista deve padroneggiare per operare in sicurezza in contesti ad alta intensità assistenziale.

Tra queste spiccano la ventilazione non invasiva, il monitoraggio emodinamico, l’ecografia bedside POCUS (Point of Care Ultrasound, eseguita direttamente al letto del paziente) e la gestione tempestiva delle emergenze cardio-respiratorie. Le società scientifiche chiedono che la politica sanitaria adegui i decreti ministeriali a questa evoluzione clinica, garantendo standard formativi rigorosi e risorse adeguate alla reale complessità dei pazienti.

Medicina Interna
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