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Medicina interna, appello per le terapie semintensive: “Le regole sono ferme agli anni ’80, ma i pazienti sono sempre più complessi”

Società scientifiche Annalucia Migliozzi | 08/06/2026 13:39

SIMI e FADOI chiedono una revisione dei criteri di accreditamento dei reparti di Medicina Interna. Al centro della proposta il riconoscimento strutturale delle aree semintensive, oggi considerate essenziali per gestire pazienti ad alta intensità assistenziale.

La medicina interna italiana chiede un aggiornamento delle regole organizzative che governano gli ospedali. Da Bologna, in occasione del Meeting Nazionale dedicato alle terapie semintensive in Medicina Interna, le principali società scientifiche del settore hanno lanciato un appello alle istituzioni affinché venga riconosciuto formalmente il ruolo delle aree semintensive all’interno dei reparti internistici.

L’iniziativa, sostenuta da SIMI (Società Italiana di Medicina Interna) e FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti), insieme a rappresentanti della medicina d’urgenza e del mondo accademico, punta a superare un sistema normativo considerato non più adeguato alla realtà clinica attuale.

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I requisiti organizzativi e gli standard di personale dei reparti di Medicina Interna continuano infatti a fare riferimento a decreti ministeriali del 1988, che classificano queste strutture come reparti a bassa intensità assistenziale. Una definizione che, secondo gli specialisti, non riflette più la complessità dei pazienti ricoverati oggi.

Negli ultimi decenni l’invecchiamento della popolazione, la presenza di multiple patologie croniche e la crescente fragilità clinica hanno trasformato profondamente il profilo dei degenti. Un’analisi condotta da SIMI e FADOI ha evidenziato che circa il 60% dei pazienti ricoverati nei reparti di Medicina Interna presenta bisogni assistenziali di livello medio-alto, richiedendo monitoraggio continuo e interventi specialistici avanzati.

Tra le condizioni più frequentemente gestite figurano insufficienza respiratoria, edema polmonare, sepsi, shock settico e altre emergenze cliniche che possono insorgere o aggravarsi durante la degenza. Per affrontare questi quadri, gli internisti ritengono indispensabile la disponibilità di posti letto semintensivi dotati di sistemi di monitoraggio avanzato e personale specificamente formato.

Attualmente la presenza di queste unità varia da Regione a Regione e non esiste un riconoscimento omogeneo a livello nazionale. Da qui la richiesta di definire nuovi standard di accreditamento che consentano alle strutture ospedaliere di integrare formalmente le terapie semintensive nei reparti di Medicina Interna.

Dal confronto di Bologna è emersa inoltre la volontà di elaborare un documento programmatico da sottoporre ad Agenas e al Ministero della Salute, con l’obiettivo di avviare una revisione normativa e organizzativa coerente con l’evoluzione della pratica clinica.

Il dibattito ha coinvolto anche il tema della formazione. La figura dell’internista moderno viene sempre più identificata con quella dell’“hospitalist”, un professionista in grado di gestire pazienti complessi e instabili attraverso competenze avanzate che includono la ventilazione non invasiva, il monitoraggio emodinamico, l’ecografia bedside POCUS e la gestione delle emergenze cardio-respiratorie.

Secondo le società scientifiche, il riconoscimento delle terapie semintensive non rappresenta soltanto una questione organizzativa, ma una necessità per garantire sicurezza, appropriatezza clinica e qualità delle cure in un contesto ospedaliero sempre più caratterizzato da elevata complessità assistenziale.

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