
Non è soltanto un pericolo legato ai viaggi verso mete lontane. La rabbia può riemergere anche nei Paesi in cui non si presenta da anni, attraverso l’ingresso irregolare di animali infetti o il contatto ravvicinato con la fauna selvatica. In occasione della Giornata mondiale contro la rabbia, gli specialisti richiamano l’attenzione su una patologia prevenibile con la vaccinazione, ma ancora responsabile di circa 59 mila decessi ogni anno nel mondo.
Due casi riaccendono l'allerta
Nelle ultime settimane due fatti avvenuti a migliaia di chilometri di distanza hanno riportato l'attenzione sulla rabbia e sulla necessità di mantenere alta la sorveglianza sanitaria. Negli Stati Uniti, in una fattoria didattica della Carolina del Nord, quattro capretti avrebbero contratto il virus dopo il contatto con una moffetta infetta. Circa 300 persone sono state indirizzate alla profilassi post-esposizione.
Il secondo caso ha interessato Vittorio Veneto, dove un cane importato illegalmente dal Marocco è risultato positivo alla rabbia dopo essere stato sottoposto a eutanasia in una clinica veterinaria. L’analisi genomica ha ricondotto il ceppo al Nord Africa. Il Comune ha quindi disposto per sei mesi l’obbligo vaccinale per i cani e i gatti residenti, mentre i servizi sanitari hanno tracciato le persone che avevano avuto contatti diretti con l’animale.
Un rischio che non riguarda soltanto le aree endemiche
L’importazione di animali senza il rispetto delle procedure sanitarie può favorire la reintroduzione del virus anche in territori nei quali la rabbia animale non circola stabilmente. Lo stesso può accadere in seguito a incontri ravvicinati con animali selvatici infetti. A sottolinearlo è Andrea Rossanese, presidente della Società italiana di medicina dei viaggi (SIMVIM) e responsabile della Travel Clinic del Centro di Malattie Tropicali dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, in provincia di Verona.
«Non è mai opportuno dare per scontato che i cani o i gatti incontrati all’estero siano sottoposti ai controlli e alle profilassi sanitarie abituali nel nostro Paese. Il rischio di contatto e di conseguente morso non dipende tanto dalla tipologia di territorio o dal tempo trascorso nella destinazione, poiché un imprevisto può verificarsi sia in contesti rurali sia all’interno di grandi metropoli, quanto piuttosto dalle attività praticate durante il soggiorno», spiega Rossanese. Le situazioni più insidiose non sono necessariamente quelle percepite come pericolose. Nei safari organizzati, la presenza delle guide può ridurre il rischio, mentre maggiore cautela può essere necessaria durante passeggiate nei mercati locali o visite a santuari nei quali gli animali vivono in condizioni di semicattività.
Cosa fare in caso di contatto sospetto
In caso di morso o di possibile esposizione alla saliva di un animale infetto, è fondamentale rivolgersi tempestivamente a una struttura sanitaria. Il virus può infatti trasmettersi attraverso ferite o mucose e, dopo la comparsa dei sintomi, la malattia risulta quasi sempre fatale. «Chi non è mai stato vaccinato in precedenza e viene morso deve necessariamente rivolgersi a una struttura sanitaria per valutare l’avvio della profilassi post-esposizione», afferma il presidente della SIMVIM.
Per una persona non vaccinata, il percorso descritto dallo specialista prevede quattro o cinque dosi di vaccino distribuite nell’arco di alcune settimane, associate alla somministrazione di immunoglobuline specifiche, necessarie a fornire una protezione immediata in attesa della risposta del sistema immunitario. La disponibilità delle immunoglobuline può tuttavia rappresentare una criticità nei Paesi in via di sviluppo.
Vaccinazione preventiva, quali vantaggi offre
Per chi deve recarsi in aree dove la malattia è endemica, la vaccinazione pre-esposizione può offrire una protezione aggiuntiva. Secondo Rossanese, il ciclo preventivo si completa con due somministrazioni effettuate ad almeno una settimana di distanza. «Qualora invece un individuo già vaccinato dovesse subire un morso, non necessiterà più delle immunoglobuline preformate e dovrà ricevere solamente due dosi di richiamo a tre giorni di distanza l’una dall’altra», precisa lo specialista. La protezione pre-esposizione non richiede richiami periodici, salvo il verificarsi di un’effettiva situazione a rischio. La consulenza prima della partenza serve quindi a valutare il viaggio, le attività previste e la possibilità di entrare in contatto con animali.
Cani e gatti dall’estero, attenzione alle importazioni irregolari
La prevenzione coinvolge anche chi decide di portare in Italia un animale trovato o acquistato durante un viaggio. Un cane o un gatto infetto può trovarsi nel periodo di incubazione e non mostrare alcun segno evidente della malattia. «In questa fase anche il veterinario non dispone di strumenti clinici per diagnosticare la malattia, rendendo la certificazione ufficiale di avvenuta vaccinazione l’unica vera garanzia di sicurezza», conclude l’esperto
Come si manifesta la rabbia
La rabbia è una malattia virale che colpisce i mammiferi e attacca il sistema nervoso centrale. I sintomi possono comparire dopo alcune settimane oppure a distanza di mesi e comprendere febbre, dolore, formicolio o bruciore nella zona della ferita. Con la progressione dell’infezione si sviluppa un’infiammazione del cervello e del midollo spinale. La forma furiosa può provocare iperattività, comportamenti eccitabili, idrofobia e aerofobia. La forma paralitica, che rappresenta circa il 20% dei casi umani, determina invece una paralisi muscolare progressiva, seguita dal coma e dal decesso.
La malattia è prevenibile attraverso il vaccino e i trattamenti post-esposizione, quando somministrati tempestivamente dopo un possibile contatto con il virus, possono impedire la comparsa della patologia.




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