Cuore e cervello legati a doppio filo. Sembra infatti che un basso quoziente intellettivo sia spia di un maggior rischio di incappare in una malattia cardiaca.
Indipendentemente da altri fattori come fumo, dieta errata o pigrizia cronica. Insomma, seguire una dieta sana e fare attività fisica in modo regolare potrebbe non bastare. Il dato è emerso da uno studio pubblicato sull'European Heart Journal dal team di David Batty della Social and PublicHealth Sciences Unit dell'University of Glasgow britannica. Secondo il medico, che ha esaminato oltre 4.000 persone, il QI da solo spiegherebbe oltre il 20% delle differenze nella mortalità tra soggetti con elevato o ridotto livello socioeconomico.
Non solo, l'effetto QI è valido anche se si considerano fattori di rischio noti per le malattie cardiache.
Società scientifiche ed esperti concordano sulla necessità di agire sull’organizzazione e il monitoraggio – anche attraverso i LEA - e sulla comunicazione per un paziente più consapevole
Per colmare questo vuoto, è stato realizzato il Manifesto: “Rischio cardiovascolare residuo: analisi del contesto e delle opzioni terapeutiche, tra innovative strategie di prevenzione e sostenibilità di sistema”
Abbott annuncia la disponibilità in Italia di AVEIR™ DR, il primo sistema di pacemaker bicamerale senza fili al mondo per trattare le persone con un ritmo cardiaco anomalo o più lento del normale. Eseguiti già i primi impianti in Italia
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Uno studio condotto su quasi 30 mila individui evidenzia il valore prognostico del Growth Differentiation Factor-15 nella previsione di malattia cardiovascolare aterosclerotica e steatosi epatica metabolica.
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