
Lo studio ora pubblicato sul Nejm è uno studio retrospettivo di coorte che ha identificato più di 1,2 milioni di bambini e giovani adulti di età compresa tra i 2 e i 24 anni iscritti a uno dei quattro piani di assistenza sanitaria in vigore negli Stati Uniti (Tennessee Medicaid, Washington State Medicaid, Kaiser Permanente California e OptumInsight Epidemiology) e che avevano assunto o stavano assumendo farmaci anti-ADHD oppure non ne avevano mai presi. I medicinali sotto indagine erano gli stimolanti (prodotti anfetaminici e metilfenidato) atomoxetina e pemolinea (quest’ultima non più in commercio). L’analisi dei dati ha mostrato che ci sono stati 81 eventi cardiovascolari gravi dal 1998 al 2005 nell’intera coorte (pari a un tasso di 3,1 per 100.000 persone-anno), di cui 33 morti improvvise cardiache, 9 infarti miocardici acuti e 39 ictus. Coloro che stavano assumendo terapie anti-ADHD non avevano più probabilità di subire un evento cardiovascolare grave rispetto ai pazienti che le avevano fatte in passato (hazard ratio aggiustato 0,70; IC al 95% 0,29-1,72)o a quelli che non ne avevano mai fatto uso (hazard ratio aggiustato 0,75, IC al 95% 0,31-1,85). Inoltre, tra i pazienti che stavano ancora seguendo la terapia al momento dell’analisi si sono avuti solo sette eventi cardiovascolari gravi sono stati osservati. Il primo firmatario del lavoro, William Cooper, della Vanderbilt University di Nashville (Tennessee), ha dichiarato che lo studio rassicura sulla sicurezza di questi farmaci e non mostra evidenze di un aumento del rischio di morte improvvisa, infarto e ictus nei pazienti che li assumono.




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