Trecento. Giovani, nel senso di appena sfornati da qualche laboratorio, forse. Forti, cioè buoni, è tutto da dimostrare. Nella giungla degli impianti dentali in circolazione da Trapani a Bolzano — tanti ne ha contati la Società italiana di implantologia —, il punto è proprio questo: come fa un cittadino comune a capire se il sistema vite-corona che il dentista gli propone, è di buona qualità? Che garanzie ha sulla durata del dente artificiale? O sul tipo di lavoro fatto? Se poi fosse necessario rinforzare l'osso di sostegno, chi certifica la provenienza dell'eventuale osso bovino utilizzato?
Non sono domande oziose. Chi ci è passato, lo sa. Gli altri possono dare un'occhiata, anche solo distratta, alla miriade di modelli, prezzi e offerte sparsi sul web. Il punto è anche un altro: «Dei 300 sistemi censiti, solo una decina sono approvati a livello mondiale con test che garantiscano l'assenza di rischi per la salute», spiega Leonardo Trombelli, docente di Parodontologia e implantologia all'università di Ferrara e presidente della Sio. Cosa vuole dire? Come qualsiasi dispositivo, gli impianti dentali devono avere il marchio Ce richiesto dalla direttiva europea 93/42, con il quale si attesta la conformità alle normative comunitarie necessarie per la commercializzazione del prodotto nel mercato unico.
«Il problema è che purtroppo si tratta di una autocertificazione », dice Giorgio Riva, direttore di Chirurgia e Odontostomatologia all'Eastman, l'unico ospedale odontoiatrico pubblico del Centro-sud e il primo ad aprire un ambulatorio espressamente dedicato alle cure dentarie di pazienti ipovedenti o ciechi. Come garanzia ulteriore, oltre al marchio europeo, adesso c'è il «passaporto» implantare: un documento sul quale possono essere applicate le etichette dei componenti utilizzati per consentirne la rintracciabilità.
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