
“La sala operatoria – spiega il professor Francesco Corcione responsabile dell’ Unità Operativa di Chirurgia Generale, Centro di Chirurgia Laparoscopica e Robotica del Monaldi di Napoli nonché presidente della Società Italiana di Chirurgia Endoscopica – assomiglia sempre più alla cabina di pilotaggio di un aereo”.
Anche per quanto riguarda le procedure?
Senza dubbio. Abbiamo dei rigidi protocolli da seguire prima d’intervenire su un paziente. Regole che riguardano ovviamente anche la cura e la manutenzione delle attrezzature, un passaggio fondamentale per prevenire problemi post operatori.
C’è differenza tra Nord e Sud in questo campo?
La principale differenza sta nel numero delle strutture: al Sud ce ne sono oggettivamente di più, molte però private. Cliniche che sono spesso chiamate a sopperire alle carenze, in materia di posti letto, degli ospedali pubblici.
Già, ma la qualità è la stessa?
In genere sì. Occorre però dire che spesso le cliniche private sono costrette a battagliare con i bilanci. E con i ritardi delle regioni nei pagamenti. Difficoltà economiche che potrebbero ricadere sulla tecnologia e sulla manutenzione dei macchinari. E’ un po’ il cane che si morde la coda, insomma.
Che cosa fate al Monaldi, per esempio, per rispettare i protocolli e la sicurezza del paziente?
Siamo stati i primi a introdurre in Italia il braccialetto identificativo con un codice a barre. Così il paziente non rischia di avere terapie destinate ad altri e soprattutto ha la certezza di poter usufruire di cure mirate, come per i diabetici. Inoltre abbiamo sale operatorie aggiornate con i più moderni macchinari e otto posti letto in terapia intensiva e altrettanti in rianimazione. L’assistenza post operatoria è importante come l’intervento.
Silvio Campione


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