Fnomceo: il medico lenisce il dolore, non uccide

Professione | Redazione DottNet | 19/10/2019 13:32

"Il suicidio assistito non deve essere necessariamente medicalizzato, ciò non toglie che il professionista continuerà a restare vicino al malato in tutte le fasi che il diritto all' autodeterminazione gli consente, fino a dopo la morte, certificandola"

"Il medico ha per missione quella di combattere le malattie, tutelare la vita e alleviare le sofferenze. Quello del suicidio assistito è quindi un processo estraneo a questo impegno". Lo ha affermato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), nel corso del convegno nazionale 'Il suicidio assistito tra diritto e deontologia. La legge, il consenso e la palliazione', organizzato a Parma sotto l' egida Fnomceo, dall' Omceo Parma e dal Gruppo di lavoro su suicidio assistito e eutanasia della Consulta nazionale deontologica, dopo la recentissima sentenza della Corte Costituzionale che si è pronunciata sulla non punibilità dell' aiuto all' interruzione della vita in situazione di grave sofferenza, sul caso Cappato-Dj Fabo.

Il suicidio assistito "non deve essere necessariamente medicalizzato, ciò non toglie che il professionista continuerà a restare vicino al malato in tutte le fasi che il diritto all' autodeterminazione gli consente, fino a dopo la morte, certificandola", è la linea dei medici emersa oggi. "Siamo in una società pluralista e la nostra posizione - spiega Anelli - è quella di curare tutti senza discriminazione alcuna secondo scienza e coscienza, a prescindere da credi religiosi, filosofici, culturali, rispettando il diritto del cittadino all' autodeterminazione anche nei casi di suicidio, così come previsto dalla Corte Costituzionale. Ma se è un alto diritto la possibilità di scegliere autonomamente e liberamente sulla propria salute, assicurata dall' obiezione di coscienza, lo stesso principio deve poter valere anche per il medico che si considera fermo sostenitore della tutela della vita", sottolinea precisando che "si vuole certamente rispettare la volontà di chi decide di porre fine alla propria esistenza, nei limiti previsti dalla Corte Costituzionale, ma si chiede anche di lasciare la nostra categoria estranea a questo atto suicidario".

"Il medico non abbandonerà mai a se stesso il paziente, assicurerà sempre le cure si palliative per contenere il dolore sino alla sedazione profonda e sarà presente fin dopo il decesso, che certificherà - prosegue Anelli - ma non compirà l' atto fisico di somministrare la morte". "Una legge dello Stato dovrà trovare una terza persona (come ad esempio un pubblico ufficiale) per raccogliere la volontà suicidaria, e quanto a chi fisicamente aiuterà il malato a morire, forse è ragionevole supporre che debba essere il paziente stesso a poterlo decidere, a scegliere ad esempio un fratello, il coniuge, un genitore, ma non il medico, a meno che non lo faccia nella posizione di amico o parente del richiedente, non certo nel ruolo di professionista della salute", conclude il presidente della Fnomceo.

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