Canali Minisiti ECM

Scoperta la proteina che rende la leucemia resistente ai farmaci

Ematologia Redazione DottNet | 06/02/2020 19:27

È la scoperta di uno studio internazionale coordinato da Antonella Zucchetto e Valter Gattei, del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (Pordenone)

Le cellule della leucemia linfatica cronica, quando esprimono sulla loro superficie anche piccole quantità di una proteina chiamata CD49d, sono particolarmente resistenti sia ai trattamenti chemioterapici 'convenzionali' sia al farmaco biologico ibrutinib, recentemente approvato per il trattamento di questa malattia. È la scoperta di uno studio internazionale coordinato da Antonella Zucchetto e Valter Gattei, del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (Pordenone), che ha visto coinvolti diversi ricercatori in Italia, Germania e Regno Unito.  La leucemia linfatica cronica è la più frequente forma leucemica del mondo occidentale, con un’incidenza di circa 5-7 nuovi casi all’anno ogni 100mila abitanti in Italia.

Le cellule leucemiche si accumulano nei linfonodi, nella milza e nel midollo osseo, sopravvivendo e crescendo grazie all’interazione col cosiddetto microambiente tumorale grazie a proteine espresse sulla membrana delle cellule tumorali stesse.

  Lo studio – pubblicato dalla rivista scientifica Blood – ha dimostrato come più del 50% dei casi di leucemia linfatica cronica esprimono sulla superficie delle cellule tumorali la proteina CD49d, la quale funziona per le cellule leucemiche come molecola di adesione, favorendone l'ancoraggio sia nei linfonodi che nel midollo osseo. Come conseguenza, le cellule leucemiche ancorate nei differenti siti tissutali vengono protette dagli effetti delle terapie. "Ciò determina un fenomeno particolare – sottolinea Zucchetto – e cioè che, in corso di terapia, le cellule leucemiche che esprimono sulla sua superficie CD49d, anche se poche o pochissime nelle fasi iniziali della malattia, poi aumentano rendendo i farmaci sempre meno efficaci e le cellule sempre più resistenti"

pubblicità

fonte: Blood

Commenti

I Correlati

Oltre 9mila pazienti coinvolti. FedEmo e istituzioni: molti centri reggono su pochi medici prossimi al pensionamento. Urgente rafforzare formazione e percorsi dedicati.

Con efanesoctocog alfa la profilassi settimanale nell’emofilia A consente livelli di FVIII superiori al 40%, migliorando protezione clinica e qualità di vita.

Lo studio ha confrontato la combinazione di tre farmaci - belantamab mafodotin, bortezomib più desametasone (BVd) - con la terapia attualmente d'elezione costituita da daratumumab, bortezomib e desametasone

I pazienti dovranno assumerlo ogni due settimane o, dopo un anno di terapia, una volta al mese: si tratta di un primo, notevole miglioramento della qualità della vita rispetto alle soluzioni attuali

Ti potrebbero interessare

Al Bambino Gesù il percorso che ha portato allo sviluppo e all’introduzione clinica dell’editing del genoma, oggi disponibile nel Servizio sanitario nazionale

Dallo studio di fase 1 segnali incoraggianti anche senza chemioterapia preparatoria