
L’Italia si conferma come il Paese che realizza il maggior numero assoluto di trapianti di fegato in tutta Europa. Con un trend in costante aumento: si passa dai 7-800 dei primi anni 2000 agli oltre 1.200 del 2019, con l’inevitabile, anche se contenuta, flessione del 2020 a causa della pandemia. Nel 2022 (anno non ancora incluso nelle analisi sulla qualità) gli interventi sono stati addirittura 1.474.
Soprattutto migliorano i dati di sopravvivenza: dal 2000 al 2020 è aumentata del 10% nei pazienti adulti (dal 2014-2020 la sopravvivenza è del 89,5% a 1 anno e supera il 90% nel 2020).
Questi alcuni dei dati emersi dalla nuova edizione del Rapporto di valutazione della qualità dell’attività di trapianto di fegato in Italia realizzato dall’area Sistema informativo e di elaborazione dati del Centro nazionale trapianti. Il Report prende in esame oltre 24mila trapianti di fegato effettuati in Italia tra il 2000 e il 2020 e si articola in tre sezioni: analisi delle lista d’attesa, descrizione dell’attività di trapianto svolta dai diversi centri italiani e valutazione degli esiti. Due focus specifici sono stati dedicati rispettivamente alla popolazione pediatrica e alla descrizione dell’effetto della pandemia da Sars-Cov-2 e l’utilizzo del vaccino nei trapianti di fegato. Dopo il documento sul fegato e quello sul polmone (pubblicato lo scorso anno) saranno disponibili nei prossimi mesi anche i rapporti sui trapianti di cuore e rene
Crescono le percentuali di sopravvivenza. Quella osservata nell’intera casistica 2000-2020 nei pazienti adulti a 1 anno dal trapianto è pari all’87,2%, mentre a 5 anni è del 75,8%; ma se si prende in considerazione il più recente periodo 2014-2020 la sopravvivenza sale a 89,5% a 1 anno e supera il 90% nel 2020, oltre 10 punti percentuali in più di quella osservata nel 2000. Molto positivi anche i dati riguardanti i pazienti pediatrici: la sopravvivenza a 1 anno era già mediamente superiore al 90% e negli ultimi anni è salita al 92.2%, e supera il 90% anche a 5 anni dal trapianto. Dal punto di vista chirurgico, l’8,4% dei trapianti è stato realizzato con la tecnica dello split-liver, che permette di dividere l’organo in due porzioni e trapiantarlo in due diversi pazienti.
Per quanto riguarda i tempi d’attesa, l’analisi ha evidenziato una probabilità del 52% di arrivare al trapianto entro i sei mesi dall’iscrizione in lista, con un miglioramento del 10% circa se si confrontano i due periodi 2002-2013 e 2014-2020. Nel secondo periodo è stata osservata anche una riduzione della mortalità in lista d’attesa, che a 2 anni dall’iscrizione passa dal 16,2% al 12,2%. Nel complesso, viene confermato il cambiamento notevole che riguarda le indicazioni al trapianto, con una riduzione delle iscrizioni in lista a causa delle cirrosi epatiche (un tempo patologia prevalente) a favore degli epatocarcinomi, che vedono sempre più nel trapianto una terapia risolutiva.
È avanzata l’età media dei donatori deceduti: quasi il 50% aveva più di 60 anni al momento della morte, e il 26% era addirittura ultrasettantenne. La capacità di utilizzo in sicurezza dei fegati di donatori anziani, sottolinea il Cnt, è uno dei punti di forza della rete trapiantologica italiana che nel 2022 ha realizzato con successo il primo prelievo di organo al mondo da donatrice ultracentenaria, una donna deceduta a 100 anni, 10 mesi e 1 giorno.




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