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Assumere farmaci per la salute cardiovascolare potrebbe ridurre il rischio di demenza

Cardiologia Redazione DottNet | 25/11/2024 16:16

Uno studio svedese suggerisce che la presenza di problemi a livello cardiaco possa accelerare il declino cognitivo

Un nuovo studio condotto dal Karolinska Institut in Svezia sui dati sanitari di 968.715 persone (di cui 88.000 avevano sviluppato la demenza dopo i 70 anni), ha dimostrato che assumere molti dei più comuni farmaci per la salute cardiovascolare per un lungo periodo, non inferiore a cinque anni, potrebbe ridurre il rischio di demenza anche del 25%. Le motivazioni dietro questo effetto – spiegano i ricercatori – non sono da ricercare in un collegamento causa-effetto tra i farmaci studiati e la condizione neurodegenerativa. I loro risultati farebbero piuttosto supporre la possibilità che la presenza di problemi a livello cardiaco possa rappresentare un fattore di rischio anche per il declino cognitivo. L'ipotesi sottostante è che quindi esistano trattamenti in grado si proteggere sia il cuore che il cervello.

Il campione analizzato dai ricercatori era formato da persone in cura con diversi tipi di farmaci per il cuore, da quelli per controllare l'ipertensione, a quelli contro il colesterolo alto, ai diuretici prescritti spesso per migliorare l'insufficienza cardiaca.

Ne è emerso che nelle persone che li hanno assunti per un periodo molto lungo, di almeno cinque anni, il rischio di demenza si era ridotto di una percentuale compresa tra il 4 e il 25%. Secondo i ricercatori questo risultato potrebbe far pensare che mantenere sani alcuni meccanismi del nostro corpo, come tenere bassi i valori del colesterolo o quelli della pressione sanguigna, potrebbe avere effetti benefici sia per il cuore che per il cervello. Tuttavia, ammettono, si tratta comunque ancora di ipotesi che hanno bisogno di ulteriori conferme. Anche lo stile di vita e la dieta possono svolgere un ruolo chiave, come dimostra questo studio sugli alimenti migliori per proteggere il cervello.

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Questo studio, anche se molto interessante, perché è uno dei primi ad indagare gli addetti di un'ampia classe di farmaci su un vasto gruppo di persone e non su categorie specifiche di pazienti, ha comunque dei limiti importanti. Oltre a fornire nuovi elementi che potrebbero contribuire a trovare una terapia per una condizione, qual è la demenza, ancora oggi senza cura. Ad esempio, dalle verifiche effettuate dai ricercatori su altre classi di medicinali è emerso che un i farmaci antiaggreganti, ovvero quelli che contrastano i trombi o gli emboli dovuti all'aggregazione delle piastrine, non solo non avevano nessun effetto protettivo sulla salute del cervello, ma potevano perfino aumentare il rischio di demenza del 13%-25%. Probabilmente perché – ipotizzano i ricercatori – l'effetto anticoaugalente può rendere più frequenti i microsanguinamenti nel cervello. Ma sopratutto, la riduzione del rischio di demenza è emerso solo in chi assumeva questi farmaci a lungo termini, l'uso per un breve periodo sembra addirittura aver aumentato il rischio, forse perché quando il trattamento è stato iniziato era troppo tardi per ottenere un possibile effetto positivo.

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