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Pronto soccorso sotto pressione: il boarding come effetto delle carenze del territorio

Con il picco influenzale aumentano gli accessi e i pazienti fragili fermi in barella. Ma il problema è strutturale e riguarda l’organizzazione complessiva delle reti assistenziali.
Sanità pubblica

L’aumento stagionale dei casi di influenza stagionale sta aggravando un fenomeno già noto nei pronto soccorso: il fenomeno del boarding, ovvero lo stazionamento prolungato dei pazienti in barella in attesa di un posto letto. Un problema che non può essere ricondotto alla sola pressione invernale, perché riflette squilibri più profondi nel rapporto tra ospedale e territorio.

Il boarding è il sintomo di un sistema sovraccarico

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Secondo Alessandro Riccardi, presidente nazionale della Società italiana della medicina di emergenza urgenza, nei pronto soccorso di tutta Italia è in corso "un aumento importante di accessi, soprattutto di pazienti fragili, con un peggioramento del fenomeno del boarding, cioè lo stazionamento in barella dei malati che hanno bisogno di un posto letto".

Alla base di questa situazione, spiega Riccardi, "c’è un rallentamento delle dimissioni dalle degenze, legato a malati più complessi e più fragili", che finiscono per bloccare il turnover dei posti letto e riversarsi sull’area dell’emergenza.

Le carenze ricadono sull’emergenza

Il nodo, però, non è solo clinico ma organizzativo. "Non è accettabile che le carenze del territorio e quelle dell’ospedale per i posti letto ricadano unicamente sul servizio di emergenza urgenza". Una situazione che produce un duplice danno: "In primo luogo perché i malati che rimangono in barella in pronto soccorso non ricevono cure in un luogo adeguato, e in secondo luogo perché il personale del pronto soccorso deve farsi carico di un reparto assistenziale parallelo".

In molte realtà, spiega il presidente della Simeu, questo significa gestire "10, 15, 20 o anche 30 malati che potrebbero tranquillamente essere ricoverati in una degenza ospedaliera".

L’impatto sui tempi di attesa

Il boarding ha conseguenze dirette sull’accessibilità al pronto soccorso, che può essere calcolata in maniera empirica ma affidabile. "Ogni malato in boarding rallenta di 19 minuti il tempo di accesso degli altri pazienti", spiega Riccardi. "Se i pazienti in boarding sono 20, significa oltre tre ore di attesa".

Un effetto moltiplicativo che si riflette sull’organizzazione del lavoro: "Se ogni medico ha in carico 10 pazienti dal turno della notte, molti dei quali in attesa di un posto letto, e si hanno solo tre sale visita, per almeno tre ore i medici non riescono a vedere i pazienti che sono in attesa". Questo perché devono "rivedere i pazienti, controllare gli esami, rivisitarli, cercare un posto letto, fare le chiamate con i familiari e aggiornarli".

Una questione anche etica

Oltre all’impatto clinico e organizzativo, Riccardi richiama una dimensione spesso trascurata. "Questo fenomeno espone gli operatori a un carico di lavoro enorme, causando un danno umano", afferma, perché li costringe a gestire i pazienti "in situazioni comunque disagevoli".
"È anche impegnativo dal punto di vista etico. Noi parliamo di moral injury". Laddove con moral injury si intende il danno psicologico - ed etico - che colpisce gli operatori sanitari quando sono costretti, per carenze non imputabili a loro, ad agire in modo non coerente con i valori professionali e con l’idea di cura adeguata al paziente.

Oltre l’emergenza stagionale

Come già evidenziato dal sovraccarico del 118 durante il picco influenzale, anche il boarding nei pronto soccorso appare come il risultato di una riorganizzazione incompleta delle reti territoriali e ospedaliere. L’emergenza-urgenza continua a farsi carico di funzioni che dovrebbero essere distribuite lungo l’intero percorso assistenziale. Un problema reso più visibile dall’epidemia influenzale, ma che riguarda la tenuta del sistema durante tutto l’anno.

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