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Influenza aviaria, perché la prevenzione negli allevamenti è una misura di sanità pubblica

Il nuovo Piano nazionale introduce la vaccinazione negli allevamenti avicoli. Una scelta che tutela la salute animale ma previene anche il rischio di spillover verso l’uomo.
Sanità pubblica

Le epidemie di influenza aviaria non sono più eventi sporadici. Negli ultimi anni si ripetono, imponendo interventi drastici come l’abbattimento di milioni di capi e ingenti risarcimenti economici. Un modello non più sostenibile da nessun punto di vista: etico ed economico.

A sottolinearlo è Antonia Ricci, direttrice generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, intervenuta a Padova alla presentazione del nuovo Piano nazionale di contrasto all’influenza aviaria.

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Il cambio di paradigma: dalla reazione alla prevenzione

Il nuovo Piano introduce un approccio differente, fondato su misure più moderne e sostenibili. In particolare, viene avviata la vaccinazione di galline ovaiole e tacchini da carne, una strategia finora adottata - in Europa - solo in Francia.

Secondo Ricci, si tratta di un cambio di paradigma che guarda non solo alla salute animale, ma anche alla salute pubblica. Ridurre la circolazione del virus negli allevamenti significa limitare la pressione virale complessiva e diminuire così il rischio di diffusione e possibili mutazioni.

Aviaria e salute umana: il tema dello spillover

Il legame tra influenza aviaria e salute umana è tutt’altro che speculativo. Molti virus influenzali che colpiscono l’uomo hanno origine animale e il cosiddetto spillover, il passaggio di un virus da una specie all’altra, rappresenta uno dei principali meccanismi di emergenza di nuove infezioni. Diversi virus influenzali oggi responsabili delle epidemie stagionali hanno avuto una origine aviaria.

In questo senso, la vaccinazione costituisce una misura di prevenzione primaria. Come ha sottolineato Ricci, la riduzione della circolazione virale ha anche l’innegabile vantaggio di proteggere le categorie professionali più esposte, come veterinari e allevatori, ovvero il primo punto di contatto tra virus animali e popolazione generale.

Il contesto territoriale e ambientale

Il Piano interesserà inizialmente il territorio veronese, cuore del comparto avicolo regionale, ma avrà ricadute su tutto il Veneto e sulle aree del Nord Italia considerate a maggior rischio. Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna sono infatti attraversate dalle principali rotte migratorie dell’avifauna selvatica, che costituisce un serbatoio naturale dei virus influenzali.

Questo elemento rafforza la lettura dell’aviaria come problema sistemico, che intreccia salute animale, ambiente e salute umana e che non può essere affrontato solo come questione agricola.

La prevenzione tra animale e uomo

Nel dibattito pubblico italiano, mentre l’attenzione si sposta sull’influenza aviaria, altre questioni influenzali sembrano essere uscite dai radar. Nei mesi scorsi, a livello internazionale, grande preoccupazione aveva destato la comparsa di virus influenzali aviari in bovini da latte, in particolare negli Stati Uniti, un fenomeno osservato con attenzione dagli organismi scientifici per le sue possibili implicazioni di salute pubblica.

Prevenire oggi per ridurre i rischi di domani

È proprio questo il senso del nuovo Piano sull’influenza aviaria: intervenire prima che il problema si sposti dall’ambito animale a quello umano. La vaccinazione negli allevamenti riduce la probabilità che virus ad alta circolazione trovino nuove nicchie di adattamento e nuove specie ospiti.

In una fase storica segnata nel 2019 dall’esperienza pandemica, la prevenzione a monte diventa una scelta di sanità pubblica. Non elimina il rischio, ma lo riduce in modo strutturale, evitando che emergenze potenziali diventino crisi sanitarie globali.

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