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Carenza di medici, il vero nodo è il turnover: perché chi esce dal Ssn non viene sostituito

Professione Redazione DottNet | 21/01/2026 10:03

Nel Ssn il turnover dei medici non è garantito: tra tetti di spesa, specializzazioni scoperte e fuga dal pubblico, le assunzioni non compensano le uscite.

Il problema della carenza di medici nel Servizio sanitario nazionale viene sempre raccontato attraverso il numero dei pensionamenti attesi nei prossimi anni. Entro il 2038 potrebbero lasciare il Ssn circa 39mila professionisti, con un picco stimato di oltre 3.200 uscite l’anno tra il 2029 e il 2033. Tuttavia il vero problema è il seguente: il sistema è in grado di sostituire chi esce?

Il turnover nel Ssn non è uno a uno

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Nel Ssn il ricambio generazionale non segue una logica automatica. Guardando i dati, tra il 2018 e il 2025 sono andati in pensione circa 52.500 medici, ma le nuove assunzioni non hanno compensato queste uscite. Il motivo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è la mancanza di professionisti formati, bensì il vincolo economico: le aziende sanitarie possono assumere solo entro tetti di spesa che spesso sono scollegati dal fabbisogno reale.

Anche negli anni di maggiore espansione post-pandemica, quando il numero complessivo degli occupati in sanità ha raggiunto (era il 2023) circa 700mila unità, il turnover non è stato strutturale. Le assunzioni straordinarie non hanno corretto il disallineamento di fondo tra uscite e ingressi.

Formazione in crescita, ma non dove serve

Un secondo dato da comprendere per la sua importanza nell’organizzazione sanitaria riguarda la formazione specialistica. Nel 2025 il tasso complessivo di assegnazione delle borse di specializzazione si è attestato intorno all’85%. Un dato complessivamente non negativo ma in realtà gravato da forti squilibri. Alcune discipline fondamentali per il funzionamento del Ssn continuano infatti a rimanere largamente scoperte.

Radioterapia registra solo il 35% dei contratti assegnati, Patologia clinica il 24%, Farmacologia e tossicologia clinica il 22%, Microbiologia e virologia appena il 20%. Anche aree ad alta pressione assistenziale come Medicina d’emergenza si fermano attorno al 56%. Questo significa che, anche quando aumentano i laureati e gli specializzandi, non si formano abbastanza medici in quelle aree da cui il Ssn perde più personale.

Un turnover negativo già prima della pensione

Il fenomeno del ricambio è ulteriormente gravato dalla perdita di medici in età attiva. Secondo le stime riportate, tra il 2000 e il 2022 circa 131mila medici italiani hanno scelto di lavorare all’estero. Ancora oggi, ogni anno, circa mille professionisti richiedono certificazioni per trasferirsi fuori dal Paese.

A questo si aggiunge lo spostamento verso il settore privato, che colpisce soprattutto le specializzazioni meno tutelate e più gravose dal punto di vista dei carichi di lavoro. Il risultato è un sistema che perde medici formati prima ancora che raggiungano l’età pensionabile, rendendo il turnover strutturalmente negativo.

Il vero problema non è il numero, ma il meccanismo

La lettera complessiva di questi dati mostra come la carenza di medici non sia solo il risultato inevitabile dell’invecchiamento della forza lavoro, quanto la conseguenza di un meccanismo di turnover che non funziona. Le uscite non vengono compensate perché le assunzioni sono limitate da tetti di spesa, la formazione non è allineata al fabbisogno reale, il Ssn fatica a trattenere i professionisti più giovani e - ultimo ma non certo meno importante - le carenze si concentrano nelle aree meno attrattive e più esposte al burn-out.

Oltre i pensionamenti: una questione organizzativa

In questo contesto, continuare a discutere solo di quanti medici andranno in pensione rischia di spostare l’attenzione dal vero problema che è l’assenza di un turnover funzionale, capace di garantire continuità assistenziale, copertura territoriale e mantenimento delle competenze.

Senza un cambiamento nelle regole di assunzione, nella programmazione della formazione e nelle condizioni di lavoro, l’aumento dei posti a Medicina rischia di tradursi in una foglia di fico più che in una risposta strutturale alla carenza di medici. E una risposta concreta al bisogno di salute dei cittadini.

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