
I dati Eurostat mostrano un lieve miglioramento medio nell’accesso alle cure dei minori, ma anche disuguaglianze persistenti. I bambini come indicatore di un sistema che tutela meno le fasce fragili.
I dati diffusi da Eurostat sull’accesso alle cure sanitarie dei minori nell’Unione europea offrono una fotografia che, letta oltre le percentuali aggregate, restituisce un segnale che va interpretato con attenzione. Nel 2024 il 3,2% dei bambini e ragazzi sotto i 16 anni nell’Ue presentava esigenze mediche insoddisfatte, una quota in lieve miglioramento rispetto al 2021. In Italia la percentuale si attesta al 2,6%, quindi al di sotto della media europea. Sono numeri contenuti, ma non devono essere trascurati se inseriti nel contesto delle trasformazioni in atto nei sistemi sanitari.
Un miglioramento medio che non cancella le disuguaglianze
Il dato europeo segnala un miglioramento complessivo rispetto agli anni precedenti, sia per l’accesso alle cure mediche sia per quelle dentali. Tuttavia - al di là della variabile COVID che per molto tempo ha falsato i dati statistici - la stessa rilevazione Eurostat mostra come l’accesso all’assistenza resti fortemente condizionato dalla condizione socioeconomica.
In Italia, per esempio, l’1,6% dei minori non accede alle cure dentali. Ma è una quota che sale al 4,3% nelle fasce prossime alla povertà o in contesti di esclusione sociale. Contro lo 0,8% di chi non ha difficoltà economiche. È qui che il dato quantitativo assume un significato qualitativo: le medie migliorano, ma le distanze interne si irrigidiscono.
Il paradosso europeo: meglio i sistemi più semplici
Uno degli elementi più interessanti che emerge dal confronto tra Paesi riguarda poi la distribuzione geografica delle difficoltà di accesso. Le percentuali più elevate di bisogni sanitari insoddisfatti tra i minori si registrano in Paesi con sistemi sanitari storicamente solidi e ad alta capacità di spesa, come Finlandia, Francia e Irlanda. Al contrario, diversi Stati entrati più recentemente nell’Unione europea, come Croazia e Malta, mostrano valori prossimi allo zero.
Non dovrebbe essere il contrario? L’apparente paradosso non risiede ovviamente in una maggiore ricchezza sanitaria dei Paesi "neo-europei", quanto nei modelli organizzativi, caratterizzati da una forte prossimità territoriale e da minori barriere economiche indirette. Dove cresce il peso della spesa privata e della selettività dell’offerta, il rischio di esclusione tende a colpire per primi i soggetti senza capacità di scelta o di pressione, come i minori.
I bambini sono un indicatore sensibile del sistema
A differenza degli adulti, i bambini non rinunciano alle cure per decisione consapevole. Quando emergono bisogni sanitari insoddisfatti in età pediatrica, il problema non riguarda il comportamento individuale ma la capacità del sistema di intercettare, accompagnare e proteggere.
Il fatto che oltre il 95% dei bambini europei abbia una percezione di salute buona o molto buona non contraddice questa lettura. Al contrario, suggerisce che le criticità non si manifestano in modo generalizzato, ma colpiscono segmenti specifici della popolazione, quelli già esposti a fragilità sociali.
Un segnale da non sottovalutare
Ovviamente il quadro tracciato da Eurostat non descrive un’emergenza conclamata, ma potrebbe indicare un processo graduale di assottigliamento delle tutele. Quando le prime crepe compaiono nell’accesso alle cure dei minori, il fenomeno tende a essere strutturale e non episodico. In un contesto europeo segnato da crescente spesa privata, mobilità sanitaria e disuguaglianze territoriali, questi dati assumono il valore di un campanello d’allarme: non tanto per ciò che è già accaduto, quanto per ciò che rischia di diventare, se non intercettato per tempo.
La Corte dei conti segnala una crescita della spesa sanitaria privata e persistenti diseguaglianze territoriali. Le Regioni in piano di rientro restano in difficoltà sull’erogazione dei LEA.
Nella Relazione al Parlamento sui Servizi sanitari regionali, la Corte dei conti segnala una crescita della spesa pubblica, stabile però nel rapporto con il Pil.
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