
L’aumento del prezzo delle sigarette rilancia la fiscalità come strumento di prevenzione. Ma l’idea di una “sin tax” estesa apre il confine tra sanità pubblica e regolazione dei comportamenti.
La proposta di aumentare di 5 euro il prezzo del pacchetto di sigarette, rilanciata da IEO insieme ad AIOM, AIRC e Fondazione Veronesi, si colloca in un filone consolidato di politiche di sanità pubblica. Il fumo di tabacco resta infatti la prima causa evitabile di morte, con un impatto diretto e documentato su incidenza oncologica, patologie cardiovascolari e respiratorie, oltre a un peso rilevante sui costi del Servizio sanitario nazionale.
In questo contesto, lo strumento fiscale viene proposto come mezzo specifico, non come soluzione autosufficiente. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’accessibilità economica al tabacco, in particolare tra giovani e fasce più esposte all’iniziazione, all’interno di una strategia più ampia che include prevenzione, informazione, supporto alla cessazione e tutela della salute collettiva. Il presupposto è epidemiologico, non morale: non si tassa un "vizio", ma si interviene su un prodotto che non ha soglia di sicurezza e genera dipendenza.
La proposta di una "sin tax" estesa e il cambio di paradigma
Su un piano diverso si colloca invece la posizione espressa dalla Società Italiana di Medicina Ambientale, che invita a superare un approccio focalizzato solo sul tabacco per valutare una più ampia "sin tax" applicata anche a superalcolici, zuccheri e cosiddetto cibo spazzatura. Secondo il presidente Alessandro Miani, limitarsi alle sigarette rischierebbe di produrre una tassazione selettiva e poco equa, escludendo altri fattori che incidono in modo significativo sulla salute pubblica e sui costi del sistema sanitario.
È in questo passaggio che il ragionamento cambia natura. L’estensione della fiscalità a un insieme eterogeneo di comportamenti di consumo sposta l’asse dalla prevenzione mirata alla regolazione complessiva degli stili di vita, introducendo una logica che non riguarda più solo l’evidenza scientifica su un singolo prodotto, ma il perimetro di ciò che viene considerato socialmente "nocivo".
Prevenzione sanitaria o regolazione dei comportamenti?
La distinzione non è solo teorica. Nel caso del tabacco, il nesso tra consumo e danno è diretto, univoco e privo di soglie di sicurezza. Al contrario, per altri ambiti evocati nel dibattito (alimentazione, zuccheri, alcol) il rapporto tra consumo, rischio e danno è più complesso, dipendente da quantità, contesto e determinanti sociali.
L’uso indistinto della leva fiscale rischia così di assumere una funzione che va oltre la sanità pubblica, trasformandosi in uno strumento di regolazione sociale dei comportamenti. Un aspetto che solleva interrogativi anche sul piano dell’equità: una tassazione generalizzata dei consumi "non salutari" tende infatti a essere regressiva, incidendo in modo più marcato sulle fasce di popolazione con minori risorse economiche, senza necessariamente tradursi in un effettivo miglioramento degli stili di vita.
Il confine sottile della fiscalità sanitaria
Il dibattito aperto mette in evidenza un nodo centrale per le politiche di prevenzione: la fiscalità può essere un potente strumento di salute pubblica, ma solo se inserita in un quadro coerente e fondato su evidenze specifiche. Quando la tassa diventa un principio generale applicato ai comportamenti, il rischio è quello di scivolare da una logica sanitaria a una logica normativa, in cui il prezzo diventa il principale meccanismo di selezione delle scelte individuali.
È su questo confine sottile che si gioca la differenza tra una misura mirata di prevenzione primaria e una strategia più ampia di indirizzo dei consumi. Una distinzione che non riguarda solo il fumo, ma il modello di sanità pubblica e di responsabilità collettiva che si intende perseguire.
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