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Sanità digitale, non bastano i fondi: a fine Pnrr resta da definire l’architettura del sistema

Sanità pubblica Giulio Divo | 10/04/2026 10:10

Un documento di consenso firmato da società scientifiche, istituzioni e stakeholder rilancia il tema della governance dei dati: interoperabilità, canali sicuri e integrazione ospedale-territorio restano temi aperti

Siamo a fine Pnrr, cioè nel momento in cui la sanità italiana dovrebbe trovarsi nella fase della piena attuazione della trasformazione digitale. Eppure una parte qualificata del sistema rimette al centro un tema che sa ancora di cantiere aperto: l’architettura stessa della digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale.

È il messaggio che emerge da "Una Data Strategy per la sanità italiana", documento di consenso promosso dalla Società italiana di leadership e management in sanità (Simm) e costruito con il contributo di Federsanità, GIMBE, AIOM, SIHTA, della Direzione generale della digitalizzazione del Ministero della Salute, di società scientifiche e attori tecnici del settore.

Più che una riflessione generica sull’innovazione, il testo fotografa un sistema che continua a scontare frammentazione, debole interoperabilità e assenza di una governance pienamente matura del dato.

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Non è un problema di software, ma di regole

Il documento parte da un assunto preciso: la digitalizzazione del Ssn non può essere ridotta all’acquisto di nuove tecnologie o alla semplice moltiplicazione di piattaforme. Per funzionare davvero, deve poggiare su regole condivise, competenze adeguate, standard comuni, professionalità adeguate e integrate e - imprescindibilmente - sistemi capaci di dialogare tra loro.

Non a caso una delle raccomandazioni centrali chiede di superare "frammentazione e vendor lock-in", cioè quella dipendenza da soluzioni chiuse e poco interoperabili che rende difficile far circolare le informazioni in modo efficiente e sicuro.

Il testo insiste anche sul governo dell’intero ciclo di vita delle tecnologie digitali: non basta il costo iniziale di acquisto, ma va misurato il costo totale di possesso, vanno introdotti criteri di valutazione del valore e va costruita una governance tecnico-finanziaria che renda sostenibili gli investimenti nel tempo. Anche questo, letto oggi, segnala che il problema non è solo "quanto si spende", ma come si costruisce e si mantiene l’infrastruttura digitale del sistema.

Interoperabilità, standard e fine delle soluzioni improvvisate

Tra i passaggi più netti del documento c’è la richiesta di andare oltre i requisiti minimi del Fascicolo sanitario elettronico 2.0 e di adottare in modo sistematico standard moderni e condivisi, così da rendere i dati realmente accessibili, riusabili e integrabili anche nella prospettiva dello Spazio europeo dei dati sanitari. Il testo chiede esplicitamente di aggiornare i software aziendali, coordinare audit regionali sull’interoperabilità e monitorare l’adozione degli standard con strumenti dedicati.

Ancora più concreto è il capitolo sulla comunicazione clinica. Qui il documento abbandona il linguaggio più "alto" e arriva al punto: la comunicazione deve diventare "sincrona, tracciabile e integrata", e la sintesi è talmente chiara da diventare persino brutale, nella sua formulazione: "Meno whatsapp più sistemi ufficiali, testati e validati".

La raccomandazione è accompagnata dall’invito a implementare piattaforme di messaggistica sicura, garantire interoperabilità tra sistemi regionali e sensibilizzare professionisti, medici di medicina generale e pediatri di libera scelta all’uso esclusivo di canali ufficiali.

Questa parte da sola basta a dare la misura del problema: se oggi, a fine Pnrr, una consensus conference sente il bisogno di ribadire che la comunicazione clinica non può poggiare su strumenti informali, significa che una parte della sanità digitale italiana è ancora costretta a inseguire una normalizzazione di base, prima ancora che l’innovazione più avanzata.

Dal dato alla programmazione: il digitale come leva organizzativa

Il documento è interessante anche perché collega la questione dei dati a problemi molto concreti di organizzazione sanitaria. Nella raccomandazione sulla pianificazione proattiva dei servizi, propone l’uso integrato di bed management in tempo reale, strumenti predittivi, command center ospedalieri e AI scheduler, con team misti clinico-gestionali-tecnologici e con il coinvolgimento della medicina generale. L’obiettivo dichiarato è passare da una logica reattiva a una pianificazione proattiva dei servizi.

Tradotto in termini meno tecnici: se il dato è strutturato, condiviso e leggibile, serve non solo a "digitalizzare" l’esistente, ma a governare meglio i posti letto, distribuire le risorse, anticipare i bisogni assistenziali e integrare ospedale e territorio. Se invece resta frammentato, chiuso o poco affidabile, il sistema continua a rincorrere l’urgenza. E qui il collegamento con i problemi arcinoti - liste d’attesa, congestione dei servizi, difficoltà di presa in carico della cronicità - diventa quasi inevitabile.

Cronicità, territorio e dati sociali: il vero test della maturità

Il consenso insiste molto anche su un altro punto: la digitalizzazione utile non è quella che accumula dati, ma quella che mette in relazione percorsi e bisogni. Per questo una delle raccomandazioni chiede di integrare dati sanitari e sociali, anche attraverso progetti che avvicinino Fascicolo sanitario e Fascicolo sociale, soprattutto per i target fragili. Il testo attribuisce esplicitamente alla medicina generale un ruolo di raccordo tra servizi sanitari e sociali, proprio in virtù della sua prossimità e della conoscenza diretta dei bisogni individuali.

È un passaggio importante perché mostra come la data strategy non venga pensata come un tema per informatici o tecnologi, ma come un presupposto per affrontare le grandi questioni della sanità contemporanea: invecchiamento, multimorbilità, fragilità, continuità assistenziale.

Se questo tassello non si consolida, il rischio non è solo un ritardo digitale in senso stretto, ma un indebolimento della capacità del Ssn di garantire equità di accesso e omogeneità dei servizi.

Il paradosso del Pnrr: investimenti già fatti, governance ancora in definizione

È questo il punto politico-amministrativo più dolente: dopo anni in cui il Pnrr ha spinto su Fascicolo sanitario elettronico, telemedicina, interoperabilità e rete territoriale, questo documento torna a chiedere competenze digitali strutturate, framework nazionali di valutazione, canali certificati, standard comuni, audit regionali e governance multilivello.

Non è una smentita del Pnrr, ma è il segnale che gli investimenti infrastrutturali, da soli, non bastano. Senza un’architettura chiara, senza processi condivisi e senza un governo coerente del dato, il digitale rischia di restare una sommatoria di progetti, non una vera riforma del sistema. Con il rischio di un’occasione persa.

E qui sta il valore del documento: non tanto nell’elenco delle tecnologie, quanto nel fatto che una platea così ampia e qualificata senta ancora oggi, a pochissimi mesi dalla scadenza, il bisogno di dire che la sanità digitale italiana deve essere interoperabile, tracciabile, sicura, orientata ai percorsi e non alle singole piattaforme.

Il che, implicitamente, significa che il traguardo rimane più vicino al progetto che alla sua realizzazione pratica. Alla linea di partenza che a quella di arrivo.

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