
Un nuovo approccio terapeutico messo a punto dal Cnr punta sulla modulazione dell’immunità innata cerebrale per proteggere i neuroni e migliorare la memoria
Non solo rimuovere le placche di beta-amiloide, ma potenziare le difese naturali del cervello. È questo il cambio di paradigma proposto da uno studio coordinato dall’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli (Cnr-Icb), che apre nuove prospettive nella lotta alla malattia di Alzheimer, la più diffusa patologia neurodegenerativa.
La ricerca, pubblicata sul Journal of Neuroinflammation, descrive lo sviluppo di Sulfavant A, una piccola molecola “smart” di sintesi, brevettata dal Cnr e già oggetto di studi per il potenziamento della risposta immunitaria in ambito oncologico e infettivologico.
Nei modelli preclinici, Sulfavant A ha dimostrato di modulare in modo selettivo l’attività della microglia, le cellule immunitarie residenti nel sistema nervoso centrale, responsabili della sorveglianza e della rimozione di detriti cellulari e aggregati proteici. Un meccanismo chiave nell’Alzheimer, dove l’accumulo extracellulare di beta-amiloide porta alla formazione di placche neurotossiche, associate a perdita neuronale e declino cognitivo.
Il trattamento con Sulfavant A ha mostrato la capacità di ridurre e in parte prevenire la formazione delle placche amiloidi, esercitando un effetto protettivo sui neuroni e traducendosi in un miglioramento delle funzioni di memoria. I risultati suggeriscono che intervenire sui meccanismi di difesa endogeni del cervello possa rappresentare una strategia terapeutica efficace, soprattutto nelle fasi precoci della malattia.
«Il nostro lavoro propone un vero cambio di prospettiva», spiega Angelo Fontana, direttore del Cnr-Icb e coordinatore dello studio. «Non puntiamo esclusivamente alla rimozione diretta delle placche, ma al rafforzamento dei meccanismi già presenti nel cervello, in particolare dell’immunità innata. La modulazione della microglia consente di aumentare in modo selettivo la capacità di “clearance” degli aggregati di beta-amiloide, anche nelle fasi iniziali che precedono la comparsa dei sintomi clinici».
Secondo Marcello D’Amelio, responsabile dell’Unità di neuroscienze molecolari dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della sperimentazione preclinica, «nei modelli di Alzheimer il trattamento con Sulfavant A ha determinato una riduzione marcata delle placche amiloidi, una diminuzione dei segni di degenerazione neuronale e un miglioramento significativo delle prestazioni nei test di memoria e apprendimento». Un risultato che suggerisce come il supporto alla funzione microgliale possa contribuire al ripristino di un equilibrio fisiologico compromesso nel corso della malattia.
Nonostante i recenti progressi, le terapie oggi disponibili per l’Alzheimer restano limitate. In questo scenario, il potenziamento dell’immunità innata cerebrale emerge come un approccio innovativo e complementare agli interventi tradizionali.
«La ricerca, sostenuta da finanziamenti europei e della Regione Campania, proseguirà ora verso la validazione clinica», conclude Fontana. «L’obiettivo è sviluppare trattamenti sicuri ed efficaci, auspicando il coinvolgimento di partner privati per accelerare il trasferimento di questa innovazione dalla ricerca al paziente».
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