
Una revisione Cochrane su 82 studi mostra esiti sovrapponibili tra assistenza infermieristica e medica. Non sostituzione, ma integrazione governata.
Una ampia revisione sistematica pubblicata da Cochrane ha analizzato 82 studi condotti in 20 Paesi, per un totale di oltre 28.000 pazienti, valutando gli effetti della sostituzione medico-infermiere in ambito ospedaliero e ambulatoriale. Il dato centrale è chiaro: in molti contesti clinici strutturati, l’assistenza guidata da infermieri con formazione avanzata produce esiti clinici e livelli di sicurezza sovrapponibili a quelli ottenuti con la gestione medica.
Si tratta di un risultato non banale e da analizzare attentamente, soprattutto nel nostro contesto e in una fase in cui il sistema sanitario nazionale è chiamato a ripensare l’organizzazione delle cure territoriali, a fronte dell’aumento delle cronicità e della carenza di medici in diverse aree del Paese.
Che cosa ha analizzato la revisione Cochrane
La revisione ha incluso trial randomizzati e studi comparativi che hanno messo a confronto medici e diverse figure infermieristiche con competenze avanzate, in reparti di degenza e in ambulatori specialistici. Le aree cliniche considerate spaziano dalla cardiologia alla diabetologia, dall’oncologia alla dermatologia, fino alla reumatologia e all’ostetricia-ginecologia. I modelli organizzativi analizzati erano differenti: in alcuni casi gli infermieri operavano in autonomia, in altri sotto supervisione medica o seguendo protocolli condivisi.
I risultati indicano che non emergono differenze significative in termini di mortalità e che i livelli di sicurezza e gli eventi avversi risultano sostanzialmente sovrapponibili. Anche gli indicatori di qualità di vita e di soddisfazione dei pazienti non mostrano scostamenti rilevanti.
Dove emergono possibili vantaggi dell’assistenza infermieristica
In alcune aree specifiche, come il controllo del diabete e il follow-up oncologico, l’assistenza guidata dagli infermieri ha talvolta evidenziato risultati migliori. Gli autori ipotizzano che ciò possa dipendere da visite mediamente più lunghe, da una maggiore componente educativa e da un’attenzione più strutturata all’aderenza terapeutica, elementi particolarmente rilevanti nella gestione delle patologie croniche.
La stessa revisione, tuttavia, invita alla prudenza. L’efficacia del modello dipende in modo determinante dal livello di formazione, dalla chiarezza dei protocolli, dalla presenza di supervisione clinica e dal contesto organizzativo in cui si inserisce. Non si tratta quindi di una sostituzione automatica del medico - che nessuno auspica - ma di una possibile integrazione delle competenze, che richiede una progettazione attenta e consapevole.
Quale integrazione nel nuovo assetto territoriale
È qui che il tema assume un rilievo diretto per il dibattito italiano. Con l’avvio delle Case di comunità e con la necessità di rafforzare l’assistenza territoriale, il modello tradizionale, in cui ogni controllo e ogni follow-up passano necessariamente dal medico, rischia di mostrare limiti strutturali.
In un assetto integrato, l’infermiere con formazione avanzata potrebbe farsi carico di follow-up standardizzati di pazienti stabilizzati, del monitoraggio di parametri clinici secondo protocolli condivisi e di un ruolo centrale nell’educazione terapeutica, intercettando tempestivamente eventuali criticità e attivando il medico quando necessario.
In questo schema, il medico mantiene la responsabilità delle decisioni cliniche, della personalizzazione delle terapie, della gestione delle situazioni complesse e delle multimorbidità. Inoltre può avere maggiore tempo da dedicare ai casi complessi, trovandosi sgravato da una quota parte del lavoro di monitoraggio della patologia. Non è quindi una riduzione del ruolo, ma una concentrazione sul livello decisionale più alto e sulla responsabilità che ne deriva.
Organizzazione e sostenibilità: il nodo delle politiche
Anche sul piano economico le evidenze non sono univoche. Alcuni studi mostrano riduzioni dei costi, altri evidenziano incrementi legati alla durata delle visite o a un maggiore ricorso a consulenze specialistiche. Questo suggerisce che l’integrazione delle competenze non è di per sé sinonimo di risparmio, ma una scelta organizzativa che richiede valutazioni locali e monitoraggio degli esiti.
La revisione Cochrane non legittima scorciatoie e non auspica soluzioni di semplice sostituzione. Piuttosto, apre una riflessione su quale equilibrio professionale possa risultare più efficace in un sistema che deve garantire accesso, qualità e sostenibilità. La questione non è stabilire se gli infermieri possano "fare i medici", ma come costruire équipe territoriali in cui ogni professionista operi al massimo delle proprie competenze, con ruoli chiari e responsabilità definite, a beneficio della continuità e della qualità delle cure.
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