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Razionamento sanitario, equità e LEA

Ricerca Redazione DottNet | 23/02/2026 15:25

Al convegno di presentazione del primo rapporto sul razionamento sanitario, Schillaci e Mennini richiamano il ruolo dei LEA contro le disuguaglianze.

"Il diritto alla salute non è una formula estratta, è un principio che impegna le istituzioni a rimuovere ogni ostacolo che limiti l'accesso alle cure. Il luogo di residenza o la condizione economica non possono incidere sulla possibilità di ricevere cure tempestive e appropriate. Un sistema pubblico universalistico vive della sua capacità di restare equo e realmente accessibile da tutti".

Con queste parole il ministro della Salute Orazio Schillaci è intervenuto al convegno di presentazione del primo rapporto nazionale sul razionamento sanitario, promosso da Federcasse e curato da NeXt Nuova Economia.

Il ministro ha richiamato la necessità di rafforzare la medicina territoriale e investire in prevenzione come strumento per favorire la sostenibilità del sistema, in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle patologie croniche.

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A sua volta Saverio Mennini, capo dipartimento Programmazione del ministero della Salute, ha riconosciuto apertamente la criticità: "In sanità c'è un problema di equità nell'accesso, riscontrato negli ultimi 20 anni. Con questo ministero abbiamo posto in essere una serie di azioni, quali l'aggiornamento annuale dei Lea, l'incremento del finanziamento, il decreto sulle liste d'attesa, la delega delle professioni sanitarie e sull'assistenza ospedaliera e territoriale, che tendono ad eliminare la disomogeneità d'accesso alle cure. Questa è la questione da affrontare con attenzione".

I dati: reddito e spesa privata divergono

Il rapporto "Quando i soldi non bastano" si basa su oltre 8 milioni di dichiarazioni fiscali individuali raccolte tra il 2019 e il 2024. Il razionamento sanitario non si manifesta attraverso esclusioni esplicite, ma tramite meccanismi indiretti: tempi di attesa prolungati, offerta territoriale diseguale, carenze di personale e servizi, riduzione dell’intensità assistenziale.

La spesa sanitaria privata cresce sistematicamente con il reddito. Nel 2024 la media dichiarata passa da circa 417 euro nel primo scaglione a 1.819 euro nel quinto, con un differenziale di circa 1.400 euro annui. I contribuenti nei livelli più bassi spendono tra 1.000 e 2.000 euro in meno rispetto a quelli più elevati.

Tra gli over 80 a basso reddito, il 55% non dichiara alcuna spesa sanitaria privata, contro il 10–15% nello scaglione più alto. Anche la spesa farmaceutica evidenzia un duplice razionamento: i redditi più bassi acquistano meno farmaci e spendono meno per singolo trattamento, suggerendo possibili interruzioni della continuità terapeutica o rinunce a cure e dispositivi di qualità superiore.

LEA e capacità del sistema pubblico

Un passaggio centrale del rapporto riguarda il legame tra qualità dei Livelli essenziali di assistenza e ricorso al privato. Un aumento di un punto dell’indice LEA regionale è associato a una riduzione della spesa sanitaria privata annua compresa tra 0,4 e 0,8 euro per persona. Su scala regionale, ciò può tradursi in decine di milioni di euro di minore spesa privata complessiva.

Il miglioramento dei LEA non è quindi solo un parametro amministrativo, ma una variabile che incide direttamente sull’equità. Dove le prestazioni essenziali sono garantite in modo più efficace e tempestivo, il ricorso alla spesa privata tende a ridursi. Il confronto tra il principio di universalità richiamato dal ministro e i dati del rapporto restituisce così una misura concreta della distanza tra obiettivi dichiarati e funzionamento effettivo del sistema.

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