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Malattie autoimmuni reumatologiche, le CAR-T aprono scenari innovativi per i casi più complessi

Malattie autoimmuni Redazione DottNet | 24/03/2026 13:23

Dopo la rivoluzione dei biologici, le terapie cellulari personalizzate potrebbero offrire nuove opzioni ai pazienti refrattari ai trattamenti convenzionali

Le terapie cellulari CAR-T, già affermate nel trattamento di alcune neoplasie ematologiche, stanno emergendo come una possibile strategia innovativa anche nella gestione delle malattie reumatologiche autoimmuni sistemiche più severe. Si tratta di approcci altamente sofisticati che potrebbero ampliare le prospettive terapeutiche per quei pazienti che non ottengono benefici dalle cure attualmente disponibili.

Negli ultimi due decenni la ricerca in reumatologia ha compiuto passi significativi grazie all’introduzione dei farmaci biologici e delle cosiddette small molecules, che hanno modificato l’evoluzione clinica di molte patologie autoimmuni migliorando la qualità di vita dei pazienti. Tuttavia, una quota non trascurabile di persone continua a presentare forme di malattia resistenti, con rischio di progressione e danno d’organo.

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Le patologie autoimmuni reumatologiche comprendono condizioni eterogenee come artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, sclerosi sistemica, sindrome di Sjögren e vasculiti. In queste malattie il sistema immunitario perde la capacità di riconoscere correttamente le strutture proprie dell’organismo, attivando una risposta infiammatoria cronica che può interessare diversi tessuti e apparati. Complessivamente, queste condizioni riguardano circa il 5% della popolazione e rappresentano una causa rilevante di disabilità a lungo termine.

Le CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T cells) si basano sull’impiego di linfociti T del paziente, prelevati e modificati in laboratorio per acquisire la capacità di identificare specifiche cellule bersaglio. Nelle malattie autoimmuni, l’obiettivo principale è rappresentato dai linfociti B, coinvolti nei meccanismi di autoimmunità. L’approccio mira a eliminare temporaneamente questo compartimento cellulare, consentendo una ricostituzione del sistema immunitario potenzialmente priva della memoria patologica.

I primi dati clinici, provenienti soprattutto da centri europei, suggeriscono risultati incoraggianti nei pazienti con forme gravi e refrattarie. Anche strutture italiane stanno partecipando a programmi di ricerca e sperimentazione, contribuendo allo sviluppo di questa nuova frontiera terapeutica.

Gli esperti sottolineano tuttavia la necessità di cautela: gli studi sono ancora nelle fasi iniziali, con numeri limitati e tempi di follow-up ridotti. Inoltre, costi elevati e possibili effetti collaterali richiedono contesti assistenziali altamente specializzati. Nonostante ciò, l’interesse scientifico per queste strategie continua a crescere, confermando l’importanza di investire nella ricerca per offrire nuove opportunità ai pazienti più fragili.

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