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Spondiloartrite assiale, il mal di schiena che nasconde una patologia sistemica

Reumatologia Lucia Oggianu | 29/04/2026 12:44

In Italia fino a 9.000 nuove diagnosi l’anno. Ecco i segnali da non ignorare

Un dolore lombare persistente, che compare di notte, migliora con il movimento e dura oltre tre mesi. Un sintomo comune che può però celare una patologia infiammatoria cronica ancora troppo spesso diagnosticata in ritardo. È la spondiloartrite assiale, una condizione che colpisce prevalentemente i giovani adulti e che richiede attenzione precoce per evitare conseguenze a lungo termine.

In occasione della Giornata mondiale dedicata, il messaggio è chiaro: non si tratta di una semplice lombalgia.

"La spondiloartrite assiale è molto più di un semplice mal di schiena – sottolinea Andrea Doria, presidente della Società italiana di reumatologia (SIR) –. Rappresenta una famiglia di malattie che riguardano principalmente la colonna vertebrale e le articolazioni sacroiliache ma possono interessare anche altre articolazioni e diversi organi".

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Un impatto crescente e diagnosi ancora tardive

In Italia si registrano circa 15 nuovi casi ogni 100.000 abitanti ogni anno, pari a oltre 8.000-9.000 nuove diagnosi. L’esordio avviene spesso prima dei 40 anni, con una distribuzione tra uomini e donne oggi più equilibrata rispetto al passato. Nonostante i progressi clinici, il ritardo diagnostico rimane significativo, arrivando in media a 8-10 anni. "Riconoscerla prima può cambiare la vita dei pazienti", evidenzia Doria, richiamando l’importanza di intercettare precocemente i sintomi e avviare un percorso specialistico.

Occhi, intestino e pelle coinvolti

Uno degli aspetti più insidiosi della spondiloartrite assiale è la sua natura sistemica. Non si limita alla colonna vertebrale, ma può coinvolgere diversi organi. "Le manifestazioni più frequenti includono uveiti, quindi infiammazioni dell’occhio, malattie infiammatorie intestinali come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, e la psoriasi" – spiega Roberta Ramonda, direttrice della Reumatologia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. Per questo motivo si rende necessario un approccio multidisciplinare: "È fondamentale il coinvolgimento di reumatologi, gastroenterologi, oculisti e dermatologi. A volte la diagnosi può nascere proprio dal sospetto di altri specialisti".

Terapie personalizzate

La gestione della spondiloartrite assiale è oggi profondamente cambiata grazie ai nuovi trattamenti. Il primo livello resta rappresentato dai FANS, ma nelle forme più attive si ricorre ai farmaci biologici e alle nuove molecole target.

"Gli inibitori del TNF e dell’interleuchina 17 rappresentano uno standard di cura nelle forme più attive, così come l’inibitore dell’interleuchina 23. Nuove classi come gli inibitori delle JAK stanno ampliando ulteriormente le possibilità terapeutiche", afferma Ramonda.

L’obiettivo, più realistico rispetto al passato, è la remissione clinica. "Non possiamo ancora parlare di guarigione definitiva, ma possiamo ottenere una remissione stabile: il paziente può vivere senza sintomi e condurre una vita normale".

Stile di vita parte integrante della cura

Accanto ai farmaci, anche l’approccio non farmacologico gioca un ruolo chiave. L’attività fisica e la dieta possono contribuire significativamente al controllo dei sintomi. "L’esercizio fisico migliora la mobilità, riduce la rigidità e contribuisce al controllo del dolore" – sottolinea Ramonda. Tra le attività più indicate, nuoto, ciclismo ed esercizi di stretching. Anche l’alimentazione può fare la differenza: "Una dieta mediterranea, ricca di fibre e polifenoli, può favorire un effetto antinfiammatorio e contribuire al benessere generale del paziente".

Diagnosi precoce: il ruolo cruciale dei medici di medicina generale

Uno dei nodi cruciali resta la capacità di distinguere il dolore infiammatorio da quello meccanico, più comune. Il primo presenta caratteristiche specifiche: persiste nel tempo, compare durante la notte, si associa a rigidità mattutina e migliora con il movimento. "È fondamentale sensibilizzare i medici di medicina generale: di fronte a un giovane con mal di schiena persistente, è importante riconoscere i segnali di infiammazione e inviare tempestivamente il paziente al reumatologo" – evidenzia Ramonda – Una diagnosi precoce consente di intervenire prima che si instaurino danni irreversibili".

Dalla genetica al microbiota

La ricerca sta facendo passi avanti nella comprensione dei meccanismi alla base della malattia. Accanto alla predisposizione genetica, come la presenza dell’HLA-B27, emergono nuovi fattori coinvolti.

"Fattori ambientali, trigger infettivi e traumi articolari possono contribuire allo sviluppo della malattia – spiega Ramonda – Negli ultimi anni si sta studiando molto anche il ruolo del microbiota intestinale e, più recentemente, di quello vaginale". Gli studi indicano come alterazioni della flora batterica possano influenzare la risposta immunitaria e favorire l’infiammazione. "Questo squilibrio potrebbe non essere solo una conseguenza della malattia, ma contribuire alla sua progressione", conclude l’esperta.

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