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Demenze, anche piccoli sgarri nella dieta possono incidere sul cervello

Uno studio australiano accende i riflettori sugli effetti dei cibi ultraprocessati, con implicazioni anche per chi segue regimi alimentari sani
Malattie neurodegenrative

Il peso degli ultraprocessati

"Una porzione al giorno di cibo ultraprocessato può aumentare i rischi". È l’indicazione che emerge da un nuovo studio condotto in Australia, che mette in luce come anche un consumo quotidiano, seppur moderato, prodotti industriali possa incidere sulla salute cerebrale nel tempo.

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La ricerca, pubblicata sulla rivista Alzheimer’s & Dementia, è stata condotta dagli studiosi della Monash University di Melbourne, guidati dalla nutrizionista Barbara Cardoso. Il team ha seguito oltre 2.100 adulti australiani tra i 40 e i 70 anni, tutti inizialmente senza deficit cognitivi.

Durante il periodo di osservazione, i partecipanti sono stati sottoposti a test cognitivi regolari e a un monitoraggio dettagliato delle abitudini alimentari. I dati raccolti hanno permesso di individuare una relazione diretta tra il consumo di alimenti ultraprocessati e il declino delle capacità mentali.

Il legame tra consumo e calo cognitivo

Secondo i risultati, "ad ogni aumento del 10% del consumo di alimenti ultraprocessati è corrisposto un calo misurabile delle capacità cognitive e specificamente di quelle di concentrazione". Un dato significativo anche dal punto di vista quantitativo: su una scala di rischio da 0 a 7, si registra un incremento medio di 0,24 punti nel rischio di demenza per ogni aumento del 10% nell’assunzione di questi alimenti.

Attenzione e velocità di elaborazione sotto pressione

Gli effetti osservati non riguardano funzioni marginali, ma processi cognitivi centrali. "Proprio l'abbassamento dell'abilità di mantenere l'attenzione – ha spiegato Barbara Cardoso – si traduce in termini clinici in una diminuzione della velocità di processare informazioni di ogni tipo, incluse quelle visive".

Una riduzione che può avere ricadute a catena su altre capacità: organizzazione, problem solving e gestione delle attività quotidiane risultano compromesse progressivamente.

Effetti anche nei regimi alimentari sani

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è che le conseguenze negative emergono anche in presenza di modelli alimentari considerati protettivi. L’introduzione regolare di prodotti ultraprocessati può infatti ridurre i benefici della dieta mediterranea, pur ricca di frutta, verdura e cereali integrali. Non basta quindi mangiare sano in generale: anche le abitudini quotidiane apparentemente trascurabili possono incidere.

I possibili meccanismi biologici

Gli autori sottolineano che i cibi ultraprocessati sono già stati associati a numerosi effetti sistemici negativi. Tra questi, alterazioni del microbioma intestinale, squilibri del sistema endocrino e incremento dei fattori di rischio cardiovascolare. Tutti questi elementi sono riconosciuti come determinanti della salute neurologica e possono contribuire, nel lungo periodo, allo sviluppo di patologie neurodegenerative.

Prevenzione

I risultati dello studio rafforzano l’importanza di limitare il più possibile il consumo di alimenti industriali ad alto grado di trasformazione, anche quando inseriti in un contesto alimentare complessivamente sano. Ridurre l’assunzione quotidiana di snack confezionati, dolci industriali e prodotti simili può rappresentare una strategia preventiva concreta, con potenziali benefici a lungo termine per la salute del cervello.

Malattie neurodegenrative
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