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Case di Comunità, Gemmato apre ai medici: “Accordo vicino”. La riforma prova a uscire dalla logica dello scontro

Sanità pubblica Redazione politico sanitaria | 14/05/2026 15:40

Il sottosegretario alla Salute parla di intesa possibile entro pochi giorni con MMG e Regioni. Un cambio di tono rispetto alle settimane precedenti: più trattativa per rendere operative le Case di Comunità entro le scadenze del Pnrr

La partita sulla riforma della medicina territoriale sembra entrare in una fase diversa. Meno conflittuale, più orientata alla mediazione. Dopo settimane segnate dalle tensioni con la medicina generale, dallo stato di agitazione proclamato dalla FIMMG e dal timore di uno scontro sul futuro organizzativo dell’assistenza primaria, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato prova infatti a spostare il confronto sul terreno della trattativa operativa.

"Il tavolo di oggi ha rappresentato un grande passo in avanti e una grande prova di maturità da parte di tutti", ha dichiarato il sottosegretario alla Salute, a margine del forum "Next Health 2026 - AI for Health: dalla visione alla realtà", promosso da FIASO.

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"Prevediamo entro martedì, al massimo mercoledì, di raggiungere un accordo con la disponibilità dei medici di medicina generale, in stretta collaborazione con le Regioni", ha aggiunto.

Una dichiarazione che segna un cambio di clima politico rispetto alle settimane precedenti, quando il dibattito sembrava dominato soprattutto dall’ipotesi di una riforma calata dall’alto e dalla possibilità di una trasformazione radicale del ruolo del medico di famiglia.

Gemmato sceglie la linea della mediazione

L’aspetto più interessante delle parole del sottosegretario non riguarda soltanto l’ottimismo sull’intesa imminente. Riguarda soprattutto il linguaggio scelto. Nelle ultime settimane il confronto sulla riforma era apparso fortemente condizionato dall’urgenza di rispettare le scadenze del Pnrr e dalla necessità di rendere rapidamente operative le Case di Comunità. Una pressione che aveva alimentato il timore di una riorganizzazione imposta senza un reale coinvolgimento della categoria.

Gemmato sembra invece muoversi lungo una linea più pragmatica, orientata a evitare una rottura con i medici di medicina generale e a costruire un’intesa che permetta di utilizzare le nuove strutture territoriali senza alimentare ulteriormente il conflitto. "C’è disponibilità dei medici di medicina generale a schierarsi al fianco del ministero della Salute e delle Regioni", ha spiegato.

Un approccio che appare diverso rispetto alla linea più rigida percepita nelle settimane precedenti e che lascia intravedere la volontà di accompagnare la riforma attraverso accordi negoziati più che attraverso una contrapposizione diretta.

Le strutture esistono, ora serve farle funzionare

Dietro il confronto politico emerge però soprattutto un dato concreto: le Case di Comunità esistono sul piano infrastrutturale, ma devono ancora trovare un modello organizzativo realmente stabile. "Le Case di Comunità sono state dotate dal punto di vista strutturale, ma ora serve completarne l’organizzazione sul piano del personale", ha affermato il sottosegretario.

È probabilmente questa la frase che sintetizza meglio la situazione attuale della riforma territoriale. Il Pnrr ha accelerato la costruzione delle strutture. La parte più complessa inizia adesso: definire chi lavorerà nelle Case di Comunità, con quali modalità organizzative, con quale integrazione professionale e con quale equilibrio tra autonomia del medico e coordinamento pubblico.

Perché il rischio politico e sanitario è che le strutture territoriali restino formalmente operative ma prive di una reale capacità di presa in carico.

La riforma diventa sempre meno ideologica

L’impressione è che il confronto stia progressivamente abbandonando una dimensione più ideologica per entrare in una fase molto più concreta. All’inizio del dibattito, il tema sembrava concentrato soprattutto sul possibile superamento del modello tradizionale della medicina generale e sulla prospettiva di una presenza più strutturata dei medici all’interno delle Case di Comunità.

Oggi, invece, il punto sembra diventato un altro: trovare un equilibrio realisticamente sostenibile tra le esigenze organizzative del sistema sanitario e la tenuta professionale della medicina territoriale.

Se davvero l’intesa passerà attraverso accordi regionali, adesioni negoziate e formule organizzative flessibili, il modello finale potrebbe risultare molto meno rigido di quanto inizialmente ipotizzato. Non una cancellazione del rapporto fiduciario, ma una sua progressiva ridefinizione dentro un sistema più integrato e strutturato.

La vera prova comincia ora

Resta però aperta la questione più delicata: trasformare le Case di Comunità da obiettivo infrastrutturale del Pnrr a modello assistenziale realmente funzionante. Perché il tema non riguarda più soltanto gli edifici o la presenza fisica dei professionisti. La vera sfida riguarda l’integrazione digitale, l’interoperabilità dei dati, l’organizzazione dei percorsi assistenziali, la continuità delle cure e la sostenibilità del personale.

Ed è proprio qui che la riforma entra probabilmente nella sua fase più difficile. Perché costruire le strutture era la parte relativamente più semplice. Rendere realmente operativo il nuovo modello territoriale sarà il passaggio decisivo.

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