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Farmacia dei servizi, le domande che restano aperte

Mandelli rilancia il ruolo delle farmacie territoriali tra telemedicina e prossimità. Ma restano aperti i temi di governance, responsabilità e confini clinici.
Farmacia

La farmacia dei servizi non è una prospettiva teorica. È una realtà che si sta consolidando dentro un Paese che invecchia, in cui le famiglie si frammentano e la domanda di prossimità sanitaria cresce più rapidamente della capacità del Servizio sanitario nazionale di presidiare il territorio. Da questo punto di vista, le parole del presidente della Fofi, Andrea Mandelli, fotografano un cambiamento già in corso: la farmacia non vuole più essere soltanto luogo di dispensazione del farmaco, ma presidio sanitario diffuso, punto di accesso ai servizi e sono relazionale.

Una trasformazione già in corso

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"Le famiglie si sfilacciano, siamo sempre più soli e i pazienti hanno sempre più bisogno di una figura di prossimità che li aiuti a prendere un farmaco, a interpretare un problema". È in questo passaggio che Mandelli sintetizza probabilmente il cuore della trasformazione che il comparto sta rivendicando.

Una trasformazione che, peraltro, ha trovato nella pandemia un potente acceleratore. Tamponi, vaccini, telemedicina e servizi di primo livello hanno modificato la percezione pubblica della farmacia, rafforzandone il ruolo sociale e sanitario. E sarebbe poco realistico negare il valore che la rete delle oltre 19mila farmacie italiane ha avuto nel garantire continuità e accessibilità durante la crisi pandemica.

Mandelli rivendica apertamente questa evoluzione, ricordando come il progetto della "farmacia dei servizi" fosse stato immaginato già nel 2006, ben prima che l’emergenza Covid imponesse un ripensamento delle reti territoriali. "Noi il futuro l’avevamo immaginato, e anticipato, già vent’anni fa", ha spiegato il presidente Fofi.

Il confine tra orientamento e attività clinica

Proprio per questo, però, è arrivato il momento di affrontare apertamente alcune questioni che restano ancora sullo sfondo del dibattito pubblico. Quando si parla di "telemedicina" e di "esami orientativi", dove termina l’orientamento e dove inizia, almeno nella percezione del cittadino, un’attività clinica vera e propria?

La distinzione non è questione di lana caprina. Perché nel momento in cui un paziente riceve un dato sanitario, un’indicazione o un alert all’interno di una farmacia, il rischio di attribuire a quel percorso un valore implicitamente diagnostico diventa pressoché inevitabile.

E allora emergono domande concrete: chi garantisce la governance del dato sanitario? Dove vengono conservate le informazioni raccolte attraverso questi servizi? Quali standard di interoperabilità esistono tra farmacia, medico di medicina generale e strutture del SSN?

Ma soprattutto: chi si assume la responsabilità clinica quando un esame "orientativo" suggerisce una criticità o, al contrario, rischia di rassicurare impropriamente il paziente?

Il rischio delle zone grigie

C’è poi un altro elemento che il sistema sanitario dovrà affrontare senza scorciatoie. Il rafforzamento delle farmacie territoriali sta avvenendo mentre la medicina generale attraversa una crisi strutturale fatta di carenza di professionisti, liste di assistiti sempre più ampie e difficoltà crescenti nell’accesso alle cure. In questo scenario, la farmacia rischia progressivamente di trasformarsi non soltanto in integrazione del territorio, ma anche in sostituzione informale di funzioni lasciate scoperte dal SSN.

Ed è proprio qui che il tema della collaborazione tra professionisti diventa decisivo. "Credo pure che non ci sia problema che non si possa risolvere con la comunicazione", ha concluso Mandelli, auspicando "un’autostrada virtuosa di confronto tra medici e farmacisti". Una prospettiva difficilmente contestabile sul piano teorico, ma che richiede piattaforme interoperabili, definizione chiara dei ruoli e soprattutto assunzione trasparente delle responsabilità.

Perché senza un quadro normativo e organizzativo realmente integrato, il rischio è quello di generare sovrapposizioni, ambiguità operative e ulteriore frammentazione del percorso assistenziale. Siamo spesso abituati a situazioni in cui esami di laboratorio svolti in un centro non sembrano essere convincenti all’interno di una struttura ospedaliera. Ci sarà reale e concreta fiducia da parte dei clinici nei dati ottenuti attraverso una struttura che non nasce come centro diagnostico?

Le regole devono correre quanto il sistema

Il nuovo testo unico invocato dalla Fofi nasce anche da qui: dall’esigenza di aggiornare un impianto normativo fermo a un’altra epoca storica. Ma proprio perché il sistema sta cambiando rapidamente, forse oggi il dibattito non può limitarsi a celebrare l’evoluzione delle farmacie territoriali.

La vera questione è capire con quali limiti, garanzie e responsabilità questa trasformazione verrà governata nei prossimi anni.

Farmacia
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