
ASSIMEFAC e Coordinamento dei Piccoli Comuni criticano la bozza Schillaci: “Le Case di Comunità rischiano di svuotare il territorio”.
La riforma della medicina generale comincia a sollevare timori anche nei piccoli Comuni italiani, dove il medico di famiglia rappresenta spesso uno degli ultimi presìdi stabili del Servizio sanitario nazionale. A lanciare l’allarme è ASSIMEFAC, l’Associazione scientifica interdisciplinare e di medicina di famiglia e comunità, che ha incontrato il Coordinamento nazionale dei Piccoli Comuni Italiani per discutere della bozza di riforma della medicina generale attribuita al ministro della Salute Orazio Schillaci.
Al centro del confronto il futuro delle Case di Comunità, il debito orario dei medici di medicina generale e il rischio di un progressivo indebolimento dell’assistenza territoriale nelle aree interne e periferiche del Paese.
"Le Case di Comunità non svuotino i territori"
Secondo ASSIMEFAC e Coordinamento dei Piccoli Comuni, il rischio è che il rafforzamento delle strutture territoriali previste dal PNRR produca un effetto collaterale inatteso: concentrare servizi e professionisti nei poli più grandi, impoverendo ulteriormente i centri minori. "La nostra preoccupazione è che si trasformino le Case di Comunità in contenitori che svuotino di servizi primari i piccoli Comuni", afferma Leonida Iannantuoni, presidente di ASSIMEFAC e consigliere nazionale della FISM.
Nel comunicato si parla esplicitamente del rischio di "depauperamento dell’assistenza medica nei piccoli comuni", in particolare nelle aree appenniniche e nei territori già caratterizzati da fragilità demografica e difficoltà di accesso ai servizi sanitari. Il tema tocca una delle questioni più delicate della riforma territoriale: il rapporto tra centralizzazione organizzativa e prossimità reale delle cure.
Il tema spinoso del "debito orario"
Tra i punti maggiormente contestati compare il possibile obbligo di presenza oraria dei medici di medicina generale all’interno delle Case di Comunità. Secondo ASSIMEFAC, un aumento delle ore obbligatorie nelle strutture territoriali rischierebbe di sottrarre tempo agli ambulatori tradizionali e alla presenza diretta nei piccoli centri.
"Si sottrarrebbero medici dal territorio e dai loro ambulatori per riempire le Case di Comunità, trasferendo funzioni e competenze", sostiene l’associazione. Il timore espresso è che la riforma possa trasformarsi in un semplice "travaso" organizzativo a vantaggio delle realtà urbane più grandi, senza aumentare realmente il numero dei professionisti disponibili.
La questione delle aree interne
Il confronto rilancia anche il tema più ampio della sostenibilità sanitaria delle aree interne italiane. In molti piccoli Comuni, soprattutto montani o periferici, la difficoltà nel reperire medici di medicina generale rappresenta già oggi una criticità strutturale. In questo contesto, qualsiasi riduzione della presenza territoriale viene percepita come un ulteriore arretramento del SSN.
La figura del medico di famiglia, nei piccoli centri, continua infatti a svolgere non soltanto una funzione clinica ma anche sociale e relazionale, spesso sostituendo reti assistenziali territoriali più fragili o assenti. Ed è proprio su questo equilibrio tra innovazione organizzativa e mantenimento della prossimità che si giocherà una parte importante del dibattito sulla riforma della medicina generale.
Verso un protocollo con i piccoli Comuni
ASSIMEFAC ha annunciato la futura sottoscrizione di un protocollo di collaborazione con il Coordinamento nazionale dei Piccoli Comuni Italiani, che verrà presentato pubblicamente nelle prossime settimane. L’obiettivo dichiarato è mettere a disposizione competenze ed esperienze maturate sul territorio "per essere vicini ai cittadini, ai medici e alle peculiarità dei piccoli Comuni".
Sul piano politico e organizzativo, la presa di posizione segnala come la riforma della medicina territoriale stia progressivamente aprendo anche una frattura geografica: da una parte la necessità di concentrare servizi e professionalità nelle nuove strutture territoriali, dall’altra il timore che questa trasformazione finisca per accentuare ulteriormente la distanza sanitaria tra grandi città e aree periferiche del Paese.
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