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Oceani e salute globale, dall’inquinamento invisibile alla resistenza antibiotica: la sfida passa dal mare

Salute Annalucia Migliozzi | 08/06/2026 14:22

Presentato a Roma il primo Forum internazionale sulla salute degli oceani e dell’uomo. Dai PFAS alle microplastiche, fino alla diffusione dei geni di resistenza antimicrobica: cresce l’allarme per gli impatti sanitari legati agli ecosistemi marini.

La salute degli oceani e quella dell’uomo sono sempre più strettamente connesse. È il messaggio emerso dal primo Forum internazionale sulla salute degli oceani e dell’uomo, ospitato dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani. Al centro del confronto, le nuove evidenze scientifiche che mostrano come l’inquinamento marino e i cambiamenti ambientali possano influenzare direttamente la salute pubblica.

Gli oceani rappresentano uno dei principali regolatori climatici del pianeta, assorbendo circa il 90% del calore in eccesso generato dal riscaldamento globale.

Allo stesso tempo svolgono un ruolo essenziale nella produzione di ossigeno, nella sicurezza alimentare e nella scoperta di nuove molecole terapeutiche. Tuttavia, questo equilibrio è sempre più minacciato da fenomeni come acidificazione delle acque, aumento delle temperature, contaminazione chimica e accumulo di rifiuti plastici.

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Tra le criticità evidenziate dagli esperti figurano la crescente diffusione di microplastiche e sostanze persistenti come i PFAS, ma anche la presenza di geni associati alla resistenza agli antibiotici negli ecosistemi marini. Un fenomeno che preoccupa la comunità scientifica per le possibili implicazioni sulla diffusione globale dell’antimicrobico-resistenza.

I dati presentati derivano anche dal progetto internazionale SeaCare, sviluppato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con la Marina Militare italiana e diversi centri di ricerca esteri. L’iniziativa ha consentito di raccogliere campioni e informazioni ambientali lungo le principali rotte oceaniche del pianeta, documentando la presenza di contaminanti emergenti anche in aree remote e lontane dalle coste.

Tra i risultati più significativi emerge il riscontro di tracce del virus SARS-CoV-2 in acque oceaniche, oltre alla diffusione estesa di marcatori genetici legati alla resistenza antimicrobica. Evidenze che confermano come i sistemi acquatici possano rappresentare un serbatoio e una via di propagazione di fattori di rischio rilevanti per la salute umana.

Secondo gli esperti, la gestione di queste minacce richiede un cambio di paradigma. La sorveglianza sanitaria non può più limitarsi ai dati clinici, ma deve integrare in modo sistematico le informazioni provenienti dall’ambiente, adottando un approccio multidisciplinare basato sul principio “One Health”, che considera interdipendenti salute umana, animale ed ecosistemica.

Nel corso del Forum è stato inoltre elaborato un documento strategico articolato in dieci punti, finalizzato a rafforzare la tutela degli oceani come priorità di salute pubblica globale. Tra le proposte figurano il riconoscimento dell’oceano come un unico sistema interconnesso, l’integrazione della salute umana nelle future politiche internazionali dedicate al mare e il potenziamento dei sistemi di monitoraggio ambientale.

L’obiettivo è trasformare la crescente mole di dati scientifici in strumenti concreti per la prevenzione, nella consapevolezza che l’inquinamento ambientale non conosce confini geografici e che gli effetti delle attività umane possono ritornare all’uomo attraverso acqua, alimenti e cambiamenti climatici. Una sfida che riguarda non solo la tutela degli ecosistemi marini, ma anche il futuro della salute delle prossime generazioni.

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