
Un’analisi ricostruisce il modello adottato durante l’emergenza pandemica: investimenti pubblici, studi clinici rapidi e distribuzione centralizzata hanno consentito di portare rapidamente ai pazienti nuovi trattamenti antivirali.
L’emergenza COVID-19 ha rappresentato una sfida senza precedenti anche per la ricerca farmacologica. Un nuovo studio analizza come gli Stati Uniti siano riusciti a comprimere drasticamente i tempi di sviluppo di nuove terapie, trasformando un processo che normalmente richiede da quattro a dodici anni in un percorso completato in meno di 24 mesi. La ricerca, condotta da Thomas J. Moore, Mariana P. Socal e Gerard Anderson, ha esaminato il programma federale statunitense attivato tra gennaio 2020 e maggio 2023 per accelerare la scoperta, la sperimentazione e la distribuzione di nuovi farmaci contro SARS-CoV-2.
Per far fronte all’emergenza sanitaria, il governo americano ha assunto un ruolo diretto in numerose fasi dello sviluppo terapeutico, dalla selezione dei candidati farmaci al finanziamento degli studi clinici, fino all’acquisto e alla distribuzione delle terapie risultate efficaci. L’analisi si è concentrata sui trattamenti innovativi che hanno ricevuto finanziamenti pubblici, sono stati valutati in sperimentazione clinica o hanno ottenuto un’Autorizzazione all’Uso di Emergenza.
Nel corso del programma sono stati sviluppati e resi disponibili otto nuovi medicinali contro COVID-19: sei anticorpi monoclonali e due antivirali orali innovativi. Parallelamente, altri undici candidati terapeutici sono stati sostenuti o testati senza però raggiungere l’autorizzazione regolatoria. Complessivamente sono stati distribuiti oltre 30 milioni di cicli terapeutici, con una spesa pubblica pari a circa 29 miliardi di dollari. Il costo medio per paziente è stato stimato in circa 881 dollari. Secondo gli autori, il programma ha dimostrato una notevole capacità di identificare rapidamente trattamenti promettenti e valutarne l’efficacia attraverso reti di sperimentazione clinica coordinate a livello nazionale. Tuttavia, l’evoluzione del virus e l’aumento dell’immunità nella popolazione hanno progressivamente ridotto l’efficacia di molte delle terapie sviluppate, in particolare degli anticorpi monoclonali, rendendole non più utilizzabili nella maggior parte dei pazienti al termine dell’emergenza. L’esperienza maturata durante la pandemia evidenzia l’importanza di investire in infrastrutture globali dedicate alla ricerca clinica e di sviluppare antivirali con una maggiore capacità di mantenere l’efficacia anche in presenza di mutazioni virali. Elementi che, secondo gli autori, saranno fondamentali per affrontare future emergenze infettive con maggiore rapidità ed efficacia.
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