
Le prestazioni dei modelli predittivi della sinergia farmacologica restano elevate anche senza dati biologici. I risultati sollevano interrogativi sulla reale capacità dell’AI di interpretare i meccanismi molecolari.
L’intelligenza artificiale applicata alla scoperta di nuove combinazioni farmacologiche potrebbe essere meno “biologica” di quanto si pensasse. È la conclusione di uno studio che ha analizzato i modelli utilizzati per prevedere la sinergia tra farmaci, evidenziando come molte delle loro performance possano derivare da scorciatoie statistiche piuttosto che dalla comprensione dei processi molecolari alla base della risposta terapeutica. La ricerca si concentra sui sistemi computazionali impiegati per identificare combinazioni di medicinali potenzialmente efficaci contro patologie complesse, tra cui tumori, infezioni e malattie multifattoriali. Poiché il numero di possibili associazioni tra farmaci è estremamente elevato, questi strumenti sono considerati fondamentali per selezionare le strategie più promettenti da validare sperimentalmente.
Tradizionalmente, i modelli vengono addestrati utilizzando informazioni dettagliate sulle caratteristiche chimiche dei farmaci e sui profili molecolari delle cellule, come dati genomici, trascrittomici e proteomici. Gli autori dello studio hanno però testato un approccio radicalmente diverso: sostituire tutte queste informazioni con semplici codifiche “one-hot”, prive di qualsiasi contenuto biologico e utilizzate esclusivamente per identificare farmaci e linee cellulari.
Le implicazioni sono rilevanti per la ricerca farmacologica. Modelli apparentemente molto accurati potrebbero avere una limitata capacità di generalizzare a nuovi farmaci o a linee cellulari mai analizzate in precedenza. Lo studio evidenzia quindi la necessità di sviluppare metodologie più robuste, capaci di valorizzare realmente le informazioni biologiche e di fornire previsioni utili alla scoperta di nuove combinazioni terapeutiche.
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