
Una nuova analisi dello studio VESALIUS-CV mostra che abbassare per tempo il colesterolo LDL riduce il rischio di infarto e ictus anche nei pazienti più fragili
Chi convive ogni giorno con il diabete lo sa bene: l’attenzione non riguarda solo alla glicemia. Cuore e vasi sanguigni sono tra i principali bersagli della malattia e i numeri lo confermano: avere il diabete raddoppia il rischio di infarto o ictus rispetto a chi non ne è affetto. Una nuova analisi dello studio internazionale VESALIUS-CV, presentata all’86° congresso dell'American Diabetes Association (ADA), aggiunge oggi un elemento importante a questo quadro, mostrando come intervenire sul colesterolo LDL possa fare una differenza concreta proprio nei pazienti diabetici più a rischio.
Un binomio che pesa il doppio
Il diabete non danneggia solo il sistema che regola gli zuccheri nel sangue: nel tempo, i livelli elevati di glicemia possono logorare le pareti dei vasi sanguigni, rendendoli più vulnerabili alla formazione di placche aterosclerotiche. Quando a questo si aggiungono livelli elevati di colesterolo LDL, quello comunemente chiamato "colesterolo cattivo", il rischio cardiovascolare aumenta in modo significativo. Per questo, nelle persone con diabete, gestire il rischio cardiovascolare richiede un approccio integrato e su misura: individuare per tempo il profilo di rischio del singolo paziente permette di agire precocemente sui fattori che alimentano la progressione della malattia, a partire proprio dal colesterolo LDL.
Meno colesterolo, meno eventi cardiovascolari
La nuova analisi ha preso in esame un gruppo specifico di partecipanti allo studio VESALIUS-CV: 6.002 persone con diabete ad alto rischio – definito dalla presenza di complicanze microvascolari, dall’uso di insulina o da una durata di malattia di almeno 10 anni – e con colesterolo LDL elevato, ma che non avevano mai avuto un infarto o un ictus.
I risultati parlano chiaro: aggiungere evolocumab alla terapia ipolipemizzante standard (cioè ai farmaci già utilizzati per abbassare il colesterolo) ha permesso di ridurre del 29% il rischio di un evento grave – morte per cause coronariche, infarto del miocardio o ictus ischemico – rispetto al placebo. Se si considera anche un altro tipo di intervento, la rivascolarizzazione coronarica resa necessaria da una scarsa irrorazione del cuore, la riduzione del rischio si è attestata al 21%. Decisivo in questo senso è stato il livello di colesterolo LDL raggiunto: chi ha assunto evolocumab è arrivato a un valore mediano di 45 mg/dL, contro i 106 mg/dL di chi ha ricevuto il placebo. Un divario importante, che si traduce in una minore probabilità di andare incontro a eventi cardiovascolari potenzialmente invalidanti.
Il beneficio resta anche con le altre terapie
Uno degli aspetti più interessanti della nuova analisi riguarda chi, oltre alla terapia per il colesterolo, assumeva già farmaci di ultima generazione per il diabete: circa 1 partecipante su 3 era in trattamento con un inibitore SGLT2, e circa 1 su 5 con un agonista del recettore del GLP-1. Ebbene, i benefici osservati con evolocumab sono risultati simili indipendentemente dall’uso di queste terapie. Un dato che conferma quanto sia importante, nelle persone con diabete ad alto rischio, agire su più fronti: tenere sotto controllo la glicemia senza trascurare il colesterolo LDL.
"Queste evidenze rafforzano la necessità di identificare precocemente i pazienti a più alto rischio e di intervenire in modo efficace sui livelli di LDL per ridurre la probabilità di futuri eventi cardiovascolari", commenta Salvatore De Cosmo, direttore della Struttura Complessa di Medicina Interna-Endocrinologia dell'IRCCS "Casa Sollievo della Sofferenza" di San Giovanni Rotondo (FG) e presidente nazionale dell'Associazione medici diabetologi (AMD). "Le persone con diabete presentano un rischio di infarto o ictus doppio rispetto a chi non è affetto dalla patologia – aggiunge Jay Bradner, M.D. Executive Vice President, Research and Development, Artificial Intelligence and Data di Amgen – e questi risultati dello studio VESALIUS-CV dimostrano che una riduzione precoce e intensiva del colesterolo LDL fino a 45 mg/dL con evolocumab è fondamentale per contribuire a prevenire eventi cardiovascolari potenzialmente invalidanti nei pazienti con malattia ad alto rischio".
Agire prima per proteggere il cuore nel tempo
C’è poi un concetto su cui gli esperti insistono e che vale la pena tenere sempre presente: il rischio cardiovascolare non dipende solo dai valori di colesterolo LDL in un determinato momento, ma anche da quanto a lungo i vasi restano esposti a livelli elevati. Intervenire precocemente è quindi fondamentale per ridurre il carico cumulativo di colesterolo LDL nel corso della vita.
Come funziona evolocumab
Si tratta di un anticorpo monoclonale, una proteina prodotta in laboratorio capace di riconoscere e bloccare in modo selettivo un altro bersaglio specifico: in questo caso la PCSK9, una proteina prodotta dal fegato. In condizioni normali, la PCSK9 favorisce la degradazione dei recettori per il colesterolo LDL presenti sulla superficie delle cellule del fegato, recettori che servono proprio a catturare e rimuovere il colesterolo LDL circolante nel sangue. Legandosi alla PCSK9, evolocumab ne impedisce l’azione: i recettori non vengono degradati, restano disponibili sulla superficie delle cellule epatiche e possono continuare a rimuovere colesterolo LDL dal sangue. Il risultato è una riduzione, spesso marcata, dei livelli di colesterolo "cattivo". Sul piano pratico, evolocumab si somministra con una sola iniezione ogni due settimane, in aggiunta alla terapia ipolipemizzante già in corso (come statine ed ezetimibe).
Uno studio globale e un farmaco con una lunga storia
I nuovi dati presentati al congresso ADA si inseriscono in un quadro di evidenze già solido. VESALIUS-CV è uno studio clinico di Fase 3, internazionale, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, che ha coinvolto oltre 12.000 adulti ad alto rischio cardiovascolare – per malattia aterosclerotica nota o per diabete ad alto rischio – senza precedenti di infarto o ictus, con valori di colesterolo LDL pari o superiori a 90 mg/dL (o parametri equivalenti) nonostante la massima dose tollerata di statina e/o ezetimibe. Il valore mediano di colesterolo LDL all’inizio dello studio era di 122 mg/dL, e i partecipanti sono stati seguiti per una durata mediana di circa 4,6 anni.
I risultati principali, pubblicati nel novembre 2025 sul New England Journal of Medicine, avevano già mostrato che evolocumab riduce del 25% il rischio di un primo evento cardiovascolare maggiore (morte per cause coronariche, infarto o ictus ischemico) e del 19% il rischio considerando anche le procedure di rivascolarizzazione legate a una scarsa irrorazione del cuore. Il rischio di infarto, in particolare, si è ridotto del 36%.
Evolocumab non è una novità assoluta: è uno dei farmaci della sua categoria più studiati al mondo, con 15 anni di ricerca, 51 studi clinici e oltre 57.000 pazienti coinvolti. È stato approvato per la prima volta nel 2015 e da allora è stato utilizzato da oltre 8 milioni di persone in tutto il mondo. È oggi disponibile in 74 Paesi, inclusi Stati Uniti, Giappone, Canada e tutti gli Stati membri dell'Unione Europea, e nell'agosto 2025 l'agenzia regolatoria statunitense FDA ne ha ampliato le indicazioni, includendo gli adulti a rischio aumentato di eventi cardiovascolari maggiori a causa di livelli non controllati di colesterolo LDL.
Per chi convive con il diabete, soprattutto in presenza di un rischio cardiovascolare elevato, questi dati rafforzano un messaggio chiaro: il controllo del colesterolo LDL non è un aspetto secondario, ma una leva concreta per proteggere il cuore nel tempo.
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