
Dopo l'atto di indirizzo delle Regioni e l'apertura della trattativa con i medici di famiglia, intervengono anche pediatri e sindacati. Al centro del confronto organizzazione, competenze e modelli operativi.
L'approvazione dell'atto di indirizzo che dovrebbe portare al rinnovo dell'Accordo collettivo nazionale della medicina generale e consentire l'avvio delle Case di Comunità entro la scadenza del 30 giugno sembra aver aperto una nuova fase del confronto sulla riforma territoriale. Se nelle ultime settimane il dibattito si era concentrato soprattutto sul rapporto tra Governo, Regioni e medici di medicina generale, ora iniziano a emergere anche le posizioni delle altre professionalità coinvolte nella costruzione della rete territoriale prevista dal PNRR.
Il confronto si sta progressivamente spostando da una discussione sulle modalità di adesione dei medici di famiglia a una riflessione più ampia sulle funzioni, sulle competenze e sull'organizzazione delle future Case di Comunità.
I pediatri: "Servono competenze dedicate all'età evolutiva"
Tra le prime categorie a intervenire vi è la Federazione italiana medici pediatri (Fimp), che ha accolto positivamente l'ipotesi di coinvolgere specialisti nelle Case di Comunità, chiedendo però una particolare attenzione alla popolazione pediatrica. "Apprezziamo l'apertura verso le specialità mediche, da coinvolgere nelle Case di comunità, ma è importante prevedere anche il coinvolgimento di specialisti con specifiche competenze pediatriche", ha affermato il presidente nazionale Antonio D'Avino.
Secondo la Fimp, la presenza di specialisti che si occupano abitualmente dell'età adulta non sarebbe sufficiente a garantire una presa in carico adeguata di bambini e adolescenti. "Il neurologo, il cardiologo, il dermatologo, l'allergologo che operano sul bambino all'interno delle Case di Comunità devono avere una formazione e un'esperienza dedicate e specifiche sull'età evolutiva. Diversamente, il rischio è quello di costruire una rete territoriale non a misura di bambino né di adolescente". La federazione ribadisce inoltre che il pediatra di libera scelta debba mantenere un ruolo centrale nel coordinamento dei percorsi assistenziali. "Il Pediatra di Famiglia deve restare il punto di riferimento e il regista del percorso di salute del bambino".
Lo Snami: bene il ritorno alla trattativa
Più favorevole il giudizio espresso dallo Snami, che ha incontrato i rappresentanti del Ministero della Salute e del Comitato di settore delle Regioni. Il sindacato valuta positivamente il superamento dell'ipotesi di una riforma imposta per decreto e il ritorno al confronto contrattuale. "Esprimiamo soddisfazione per il clima di ascolto e di confronto che ha caratterizzato l'incontro odierno", ha dichiarato il tesoriere nazionale Simona Autunnali.
Per lo Snami la questione centrale rimane la valorizzazione della medicina generale all'interno del Servizio sanitario nazionale e la costruzione di un modello organizzativo sostenibile per i professionisti e per i cittadini. "Riteniamo positivo che il confronto prosegua sui contenuti e non sugli slogan", ha aggiunto il vicepresidente nazionale Fabrizio Valeri, sottolineando la necessità di garantire sostenibilità organizzativa, attrattività professionale e qualità dell'assistenza.
Lo Smi: "No al debito orario obbligatorio"
Di segno opposto la valutazione del Sindacato medici italiani (Smi), che giudica negativamente l'esito dell'incontro con il Ministero. La principale preoccupazione riguarda l'ipotesi che il futuro accordo mantenga l'obbligo di svolgere attività nelle Case di Comunità attraverso un monte ore definito contrattualmente. "Abbiamo timore che le ore obbligatorie siano mantenute così come la retribuzione per obiettivi. Noi su questo non ci saremo", afferma il sindacato.
Secondo lo Smi il problema non riguarda soltanto il numero di ore richieste, ma soprattutto la definizione concreta delle funzioni che i medici di medicina generale saranno chiamati a svolgere all'interno delle nuove strutture. La proposta avanzata dall'organizzazione è quella di sostituire il concetto di debito orario con prestazioni aggiuntive volontarie e remunerate. "I medici in servizio che vogliono fare delle ore nelle Case di Comunità le potrebbero fare retribuiti a prestazione e non obbligati".
Dalla trattativa politica alla definizione del modello
Le diverse prese di posizione mostrano come il confronto stia entrando in una fase più operativa. Definito il principio del coinvolgimento dei professionisti nelle Case di Comunità, il dibattito si concentra ora su questioni più concrete: quali competenze dovranno essere presenti, quali attività verranno svolte, come saranno organizzati i servizi e quale ruolo avranno le diverse figure professionali all'interno della rete territoriale.
Le posizioni espresse in queste ore non appaiono necessariamente incompatibili, ma evidenziano priorità differenti. I pediatri chiedono che la riforma tenga conto delle specificità dell'età evolutiva. Una parte della medicina generale guarda con favore al ritorno della contrattazione. Altre sigle sindacali chiedono maggiori garanzie sui contenuti dell'accordo e respingono l'ipotesi di nuovi obblighi organizzativi.
Segno che, accanto alla corsa contro il tempo per rispettare le scadenze del PNRR, si sta aprendo una discussione destinata a proseguire ben oltre il 30 giugno e che riguarda il modello stesso della futura assistenza territoriale.
Approvato l'atto di indirizzo per il rinnovo dell'ACN della medicina generale. Prevista attività nelle Case di Comunità fino a 6 ore settimanali e apertura del confronto sul contratto 2025-2027.
Il sindacato interviene nel dibattito sulle Case di Comunità e avverte le Regioni: i dirigenti medici e sanitari non possono essere spostati dagli ospedali alle nuove strutture territoriali con disposizioni unilaterali.
A due settimane dalla scadenza del PNRR, medici di famiglia e ospedalieri convergono sulla necessità di una soluzione condivisa.
Schillaci conferma l'obiettivo del 30 giugno per l'avvio delle Case di Comunità, Gemmato parla di accordo in fase di definizione. Bellantone definisce il legame tra ospedale e territorio.
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Pubblicato l'accordo Stato-Regioni per il nuovo Piano pandemico 2025-2029. Risorse dedicate, monitoraggio centralizzato e cronoprogrammi regionali per la preparazione alle future emergenze.
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