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Certificare significa assumersi una responsabilità: cosa rischia il medico certificatore

Ogni certificato produce effetti nei confronti di pazienti, datori di lavoro, enti pubblici e assicurazioni. Per questo motivo il medico risponde personalmente delle attestazioni contenute nel documento.
Certificare significa assumersi una responsabilità: cosa rischia il medico certificatore
Medlex

Nella pratica quotidiana del medico di medicina generale la certificazione rappresenta un'attività tanto frequente da rischiare, talvolta, di apparire routinaria. Eppure pochi atti professionali hanno conseguenze giuridiche altrettanto rilevanti.

Un certificato può giustificare un'assenza dal lavoro, consentire l'accesso a una prestazione, supportare una pratica assicurativa, attestare un'idoneità o documentare una condizione sanitaria destinata a produrre effetti nei confronti di soggetti terzi. Proprio per questo motivo il legislatore attribuisce alla certificazione medica un valore particolare e richiede al professionista la massima attenzione nella sua redazione.

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Una responsabilità che va oltre il rapporto con il paziente

Quando il medico sottoscrive un certificato non comunica soltanto con il paziente. Il documento è destinato a essere utilizzato da datori di lavoro, istituti previdenziali, compagnie assicurative, scuole, amministrazioni pubbliche e autorità giudiziarie. In altre parole, produce effetti che vanno ben oltre il rapporto fiduciario instaurato con la persona assistita. Da qui deriva la particolare responsabilità che accompagna l'attività certificativa.

Le responsabilità possono essere diverse

Il medico certificatore può essere chiamato a rispondere sotto diversi profili. Esiste innanzitutto una responsabilità civile, che può emergere quando una certificazione errata provoca un danno a terzi. Esiste poi una responsabilità penale, che entra in gioco nei casi più gravi e che riguarda la veridicità delle attestazioni contenute nel documento.

A queste si aggiunge la responsabilità disciplinare nei confronti dell'Ordine professionale, chiamato a valutare il rispetto delle norme deontologiche che regolano l'attività medica. Si tratta di livelli diversi di responsabilità che possono anche coesistere.

Il caso arrivato fino in Cassazione

La giurisprudenza offre esempi concreti di quanto possa essere delicato il tema. Una sentenza della Corte di Cassazione ha riguardato il caso di un medico di medicina generale accusato di avere rilasciato certificazioni utilizzate da un appartenente alla Polizia Penitenziaria per giustificare assenze dal lavoro. Secondo quanto accertato dai giudici, le patologie attestate nei certificati non corrispondevano alla reale situazione clinica del paziente.

La vicenda è arrivata fino alla Suprema Corte, che ha confermato l'impostazione dei giudici di merito, ribadendo che il medico risponde personalmente delle attestazioni contenute nella certificazione e che il certificato medico non può essere considerato una semplice dichiarazione priva di effetti giuridici.

Il valore della documentazione clinica

Per il medico di famiglia la migliore tutela resta quella più semplice: poter ricondurre ogni attestazione a dati clinici raccolti, osservazioni documentate e valutazioni professionali verificabili. Anamnesi, esame obiettivo, referti e documentazione sanitaria non rappresentano soltanto strumenti di lavoro clinico. Costituiscono anche il fondamento sul quale poggia la validità della certificazione.

Più che un adempimento amministrativo, il certificato è quindi un vero atto professionale. Ed è proprio questa natura a spiegare perché l'ordinamento attribuisca alla firma del medico un peso così rilevante e, al tempo stesso, una responsabilità altrettanto significativa.

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