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Ordinanze anti-caldo, uno studio ne conferma l'efficacia: fino al 40% di infortuni in meno

Sanità pubblica Redazione politico sanitaria | 22/06/2026 15:28

La ricerca condotta nell'ambito del progetto Worklimate mostra una riduzione significativa degli incidenti nelle regioni che hanno adottato misure preventive basate sul rischio climatico.

Le ordinanze regionali che limitano il lavoro all'aperto nelle ore più calde non rappresentano soltanto una misura precauzionale. Secondo uno studio realizzato da ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell'Inail, pubblicato sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology, questi provvedimenti sono associati a una significativa riduzione degli infortuni sul lavoro nei settori maggiormente esposti alle temperature estreme.

La ricerca, sviluppata nell'ambito del progetto Worklimate, fornisce quella che gli autori definiscono la prima evidenza europea dell'efficacia di una politica pubblica specificamente orientata alla prevenzione degli effetti del caldo in ambito lavorativo.

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Dalle previsioni meteo alle decisioni operative

Le ordinanze adottate da un numero crescente di Regioni si basano sulle indicazioni della piattaforma Worklimate, sviluppata da Cnr e Inail, che individua le giornate e le aree caratterizzate da un rischio elevato per i lavoratori impegnati in attività fisicamente intense e svolte all’aperto. Nelle giornate considerate più critiche, i provvedimenti prevedono generalmente la sospensione delle attività nelle ore centrali della giornata, in particolare tra le 12.30 e le 16.00.

Negli ultimi anni il ricorso a questi strumenti è aumentato progressivamente. Nel 2024 le ordinanze hanno interessato 15 regioni e circa 1,5 milioni di lavoratori. Nel 2025 le regioni coinvolte sono salite a 18, per oltre 2,3 milioni di addetti. Nel 2026, prima ancora dell'inizio ufficiale dell'estate, i provvedimenti risultano già adottati nella quasi totalità del Paese.

Meno infortuni nei settori più esposti

I dati raccolti dai ricercatori mostrano che nelle regioni che hanno adottato ordinanze basate sulle previsioni di rischio i tassi di infortunio risultano inferiori rispetto alle aree che non hanno introdotto analoghe misure. Nel comparto delle costruzioni la riduzione osservata raggiunge il 21,9%, mentre in agricoltura si avvicina al 25%. Nei giorni classificati dalla piattaforma come particolarmente critici, il calo degli infortuni nel settore edile supera il 40%.

Secondo gli autori, il risultato assume particolare rilievo perché osservato nel 2024, l'anno più caldo mai registrato a livello globale.

Una sfida che riguarda sempre più settori

L'evoluzione delle ordinanze fotografa anche un cambiamento più ampio. Se inizialmente i provvedimenti riguardavano soprattutto agricoltura ed edilizia, oggi le misure vengono estese a numerose altre attività, dalla logistica alla manutenzione stradale e ferroviaria, dall'igiene ambientale alle attività forestali. Alcune Regioni hanno inoltre ampliato le tutele agli ambienti indoor privi di adeguati sistemi di ventilazione o raffrescamento, riconoscendo come il rischio da calore non riguardi esclusivamente il lavoro all'aperto.

La crescente anticipazione delle misure già nei mesi di maggio e il loro prolungamento fino a settembre riflettono una realtà che molte amministrazioni regionali considerano ormai consolidata: le condizioni di rischio per i lavoratori non rappresentano più un fenomeno limitato ai picchi estivi, ma tendono a estendersi a periodi sempre più lunghi dell'anno.

Prevenzione e adattamento

Per i ricercatori, il valore dello studio non riguarda soltanto la protezione dei lavoratori durante le ondate di calore, ma più in generale la capacità di utilizzare strumenti previsionali per orientare le decisioni di salute pubblica. In questo senso, le previsioni biometeorologiche non vengono considerate soltanto un supporto informativo, ma uno strumento operativo in grado di contribuire concretamente alla riduzione degli infortuni e alla gestione dei rischi legati alle temperature estreme.

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