
In meno di trent'anni il numero dei posti letto ospedalieri in Italia si è più che dimezzato, passando dai 358.309 del 1996 ai 176.317 del 2023. Una riduzione che ha interessato soprattutto il settore pubblico e che deve essere letta nel quadro dei profondi cambiamenti intervenuti nell'organizzazione dell'assistenza sanitaria, dalla diffusione della day surgery alla riduzione dei tempi di degenza, fino al progressivo spostamento (terreno di dibattito attualissimo) di alcune prestazioni dall'ospedale al territorio.
I dati sono stati illustrati da Nicoletta Panuzzi, della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell'Istat, nel corso di un'audizione davanti alla Commissione Affari sociali della Camera sull'attuazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) e sull'erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni.
Posti letto dimezzati, ma in trent'anni è cambiata l'assistenza
La riduzione dei posti letto è stata più accentuata negli ospedali pubblici, dove il calo ha raggiunto il 53,7%, rispetto al 38,4% registrato nel settore privato accreditato. Le differenze territoriali sono significative. La Calabria è la Regione che ha registrato la contrazione maggiore, pari al 61,2%, mentre in Valle d'Aosta la diminuzione si è fermata al 20,7%.
Il confronto tra il 1996 e il 2023 richiede tuttavia di considerare anche l'evoluzione dell'assistenza ospedaliera. La diffusione della chirurgia ambulatoriale e della day surgery, lo sviluppo di tecniche meno invasive e la riduzione della durata media delle degenze hanno consentito di trattare un numero crescente di pazienti senza ricorrere al ricovero ordinario o limitando la permanenza in ospedale.
Alla riduzione dei posti letto avrebbe dovuto inoltre accompagnarsi il progressivo rafforzamento dell'assistenza territoriale, secondo un modello che concentra negli ospedali le prestazioni per acuti e trasferisce sul territorio una parte crescente della gestione delle patologie croniche e dei bisogni assistenziali.
Una popolazione meno numerosa, ma sempre più anziana
Anche la struttura demografica italiana è profondamente cambiata rispetto alla metà degli anni Novanta. La riduzione della popolazione degli ultimi anni si accompagna a un progressivo invecchiamento, con un aumento della quota di persone anziane e dei bisogni legati alle malattie croniche, alla multimorbilità e alla non autosufficienza.
Il semplice numero complessivo dei posti letto non è quindi sufficiente, da solo, a misurare la capacità del sistema sanitario di rispondere alla domanda di assistenza. Il dato deve essere valutato insieme all'evoluzione dei bisogni della popolazione, alla disponibilità di personale, all'efficienza delle strutture ospedaliere e alla capacità dei servizi territoriali di assorbire le prestazioni che non richiedono il ricovero.
Medici di famiglia in calo, pesa l'invecchiamento del personale
A indicare le difficoltà che attraversano il sistema sono anche i dati sul personale sanitario. Rispetto al 2013, il numero dei medici di medicina generale si è ridotto di circa 8 mila unità. Un'ulteriore criticità riguarda l'età dei professionisti. Nel 2024 quasi un terzo dei medici aveva tra 65 e 69 anni, mentre tra i pediatri di libera scelta più di un professionista su tre apparteneva alla stessa fascia di età.
Il progressivo invecchiamento del personale pone il problema del ricambio generazionale e della futura disponibilità di professionisti, in una fase nella quale l'aumento dell'età media della popolazione determina una crescente domanda di assistenza.
Spesa sanitaria a 190 miliardi, il 74% è finanziato dal pubblico
Nel corso dell'audizione l'Istat ha illustrato anche i dati più recenti sulla spesa sanitaria. Nel 2025 la spesa complessiva ha raggiunto 190,1 miliardi di euro, pari all'8,4% del Pil. Tra il 2019 e il 2025 l'incremento medio annuo è stato del 3,4%. La componente pubblica ha raggiunto 140,8 miliardi, pari al 74,1% della spesa sanitaria complessiva.
Nel periodo considerato la spesa pubblica è aumentata mediamente del 3,6% all'anno, quella privata del 2,9% e la componente direttamente sostenuta dalle famiglie del 2,2%.
I numeri presentati dall'Istat descrivono quindi una trasformazione che non può essere interpretata attraverso un solo indicatore. La riduzione dei posti letto riflette anche l'evoluzione delle modalità di cura e dell'organizzazione ospedaliera, ma si inserisce oggi in un sistema chiamato a rispondere all'invecchiamento della popolazione, alla riduzione dei medici di famiglia e al prossimo pensionamento di una quota consistente dei professionisti sanitari. È dall'equilibrio tra ospedale, territorio, personale disponibile e nuovi bisogni assistenziali, più che dal solo numero dei posti letto, che dipende la capacità del Servizio sanitario nazionale di garantire i livelli essenziali di assistenza.




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