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Rsa, migliaia di infezioni evitabili: l’Iss presenta gli strumenti per contrastarle

Un progetto finanziato dal Ministero della Salute e coordinato dall'Università di Udine fotografa la diffusione delle infezioni correlate all'assistenza nelle strutture residenziali e mette a punto un manuale operativo, corsi FAD e una piattaforma di
Infettivologia

Nelle residenze sanitarie assistenziali italiane migliaia di ospiti convivono con un'infezione correlata all'assistenza, spesso resistente agli antibiotici, che nella maggior parte dei casi si sarebbe potuta evitare. È quanto emerge dal progetto CCM "La tutela della salute nelle strutture residenziali sociosanitarie: un impegno condiviso per prevenire e controllare le infezioni correlate all'assistenza", i cui risultati sono stati illustrati oggi a Udine nel corso del meeting conclusivo dell'iniziativa, finanziata dal Ministero della Salute.

Un problema che parte dalla definizione stessa di Rsa

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A coordinare lo studio è stato Silvio Brusaferro, ordinario di Igiene generale ed applicata dell'Università di Udine, che indica nella disomogeneità del settore uno dei nodi principali da sciogliere: «Il progetto ha messo in luce diversi aspetti da migliorare per affrontare il problema, e mette a disposizione degli strumenti condivisi e validati scientificamente. Uno dei problemi principali è quello della tassonomia, con il termine Rsa si identificano realtà molto diverse tra loro per dimensioni e intensità di cura. La frammentazione degli approcci rende difficile garantire standard minimi omogenei in tutto il paese e anche proporre raccomandazioni per tipologia di struttura».

Un quadro confermato da Enrico Ricchizzi, epidemiologo della Regione Emilia-Romagna, e Giancarlo Ripabelli, ordinario di Igiene dell'Università del Molise, che sottolineano le dimensioni del comparto: «Il settore copre una vastissima area di assistenza del sistema sanitario e sociale con dimensioni più che doppie rispetto agli ospedali per acuti (7 posti letto x 1000 abitanti vs 3 posti letto x 1000 abitanti), ma appare estremamente frammentato a livello tassonomico, normativo, organizzativo e di standard assistenziali. Anche la distribuzione sul territorio italiano non è uniforme, con il Sud che ha molto meno posti letto rispetto ad alcune aree del nord».

I numeri della sorveglianza HALT

Alla base del progetto c'è l'indagine HALT, giunta alla sua quarta edizione, condotta nel 2024 su un campione di 470 strutture e 31.670 residenti. Il giorno del monitoraggio, il 2,6% degli ospiti presentava almeno un'infezione correlata all'assistenza, dato in calo rispetto alla rilevazione del 2017; le forme più frequenti restano quelle urinarie (37,8%) e respiratorie (33,3%). Sul fronte farmacologico, 915 residenti (2,9%) risultavano in trattamento con antimicrobici, principalmente penicilline, cefalosporine e fluorochinoloni, mentre il 46,2% dei microrganismi monitorati mostrava resistenza ad almeno una classe di antibiotici. E Carla Zotti, docente di Igiene e Medicina Preventiva dell'Università degli Studi di Torino, evidenzia il valore metodologico dell'indagine: «L'indagine di prevalenza ha costituito un'occasione per condividere con tutte le Regioni non soltanto dati descrittivi della nostra realtà nazionale ma anche una modalità di raccolta e archiviazione dei dati, con una particolare attenzione all'eticità alla protezione dei dati, e all'uso di un protocollo condiviso per lavorare con le stesse modalità e rendere confrontabili i dati regionali e locali».

Perché le Rsa sono contesti a rischio più elevato

«Accanto ai fattori individuali, nelle RSA il rischio infettivo è amplificato da specifiche caratteristiche organizzative e assistenziali, quali la vita in gruppo, la degenza prolungata dei residenti, il rapido turnover del personale, il coinvolgimento significativo di operatori diversi dai professionisti sanitari regolamentati, la frequente condizione di immunocompromissione di molti residenti e l'uso diffuso di dispositivi invasivi – spiega Fabrizio Gemmi, coordinatore dell'Osservatorio per la Qualità ed Equità dell'Agenzia regionale di sanità della Toscana, spiega quali fattori organizzativi amplificano il rischio infettivo –. Inoltre, a questi elementi si aggiunge anche il fenomeno della "porta girevole", ovvero il frequente trasferimento di pazienti tra ospedali e strutture di lungodegenza, che gioca un ruolo determinante nella dinamica della colonizzazione e della trasmissione delle infezioni».

Su questo fronte, il progetto ha anche sviluppato un sistema pilota di monitoraggio basato sui flussi amministrativi correnti, capace di descrivere il carico infettivo tenendo conto della rete territoriale tra Rsa, ospedale di riferimento e laboratorio. Come chiarisce Caterina Rizzo, ordinaria di Igiene Generale e Applicata: «È proprio l'identificazione di questa rete che può permettere di garantire interventi omogenei e coordinati di prevenzione e controllo delle infezioni».

Gli strumenti pratici

Al progetto, coordinato dall'Università di Udine, hanno collaborato cinque Regioni, cinque università e l'Istituto Superiore di Sanità. Il lavoro comune ha prodotto un manuale operativo dedicato agli operatori delle strutture, che copre aree tematiche come la protezione individuale, la gestione dei dispositivi invasivi, la sorveglianza degli outbreak e il coinvolgimento di residenti e familiari, oltre a una piattaforma digitale pensata per rendere più rapido l'accesso ai contenuti aggiornati.

Antonella Agodi, docente dell'Università degli Studi di Catania, racconta la genesi del documento: «La realizzazione del Manuale nasce dall'esigenza di colmare la carenza di linee guida e raccomandazioni specifiche per il setting delle Rsa, con l'obiettivo di offrire a tutti gli operatori –sanitari, assistenziali, gestionali e direzionali – un testo di consultazione, capace di guidare la pratica quotidiana verso un approccio uniforme, basato sulle evidenze scientifiche».

Accanto al manuale, il progetto ha realizzato due corsi di formazione a distanza — uno per i risk manager, l'altro per gli operatori sanitari e sociosanitari — già seguiti da oltre 10mila professionisti, e rivisti anche grazie a una survey a cui hanno partecipato oltre 4.500 persone.

L'appello alla formazione continua

A chiudere il quadro è Paolo D'Ancona, responsabile del progetto per l'Istituto superiore di sanità, che richiama il potenziale delle misure di prevenzione strutturate: «La letteratura indica che l'implementazione sistematica di misure di prevenzione e controllo delle infezioni (IPC) può ridurre significativamente l'incidenza delle ICA, fino al 50%, confermando il valore di interventi strutturati e continuativi, tra cui proprio la formazione, come raccomandato da OMS e ECDC. Le ICA rappresentano una delle principali cause di eventi avversi nei servizi sanitari e costituiscono un rilevante problema di sanità pubblica, con importanti ricadute in termini di morbosità, mortalità e impatto economico sui sistemi di cura».

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