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Parkinson, la malattia neurologica che corre veloce: in Italia ne soffrono 300 mila persone

Dai primi segnali alle nuove terapie, la ricerca accelera contro una patologia in costante aumento
Malattie neurodegenerative

È la seconda patologia neurodegenerativa più diffusa al mondo e quella che cresce più rapidamente in termini di incidenza e prevalenza. Il parkinson riguarda oggi circa 300 mila italiani e oltre 6,5 milioni di persone nel mondo, con numeri in continuo aumento anche in Europa, dove i casi sono quasi raddoppiati negli ultimi decenni. La malattia è tornata al centro dell'attenzione pubblica dopo che il senatore del Partito Democratico ed ex ministro della Cultura Dario Franceschini ha reso noto di conviverci da anni. Una testimonianza che riporta l'attenzione su una patologia complessa, caratterizzata da tremore, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti e progressive difficoltà nelle attività quotidiane.

Sintomi che possono comparire anni prima della diagnosi

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Se i disturbi motori rappresentano i segnali più conosciuti della malattia, gli specialisti sottolineano l'importanza di riconoscere anche manifestazioni meno evidenti che possono precedere la diagnosi di molti anni. Tra questi figurano la riduzione della capacità di percepire gli odori, la stitichezza cronica, una voce che tende a diventare più debole e una scrittura progressivamente più piccola. Segni apparentemente banali che potrebbero rappresentare i primi campanelli d'allarme della malattia. Per questo motivo la diagnosi precoce viene considerata oggi uno degli strumenti più importanti per migliorare la gestione clinica e rallentare l'evoluzione dei sintomi.

Verso un esame del sangue per individuare il Parkinson

Tra i fronti di ricerca più promettenti c'è lo sviluppo di nuovi biomarcatori capaci di identificare la malattia nelle sue fasi iniziali. Un gruppo di ricercatori dell'Università degli Studi di Milano, in collaborazione con altri atenei, ha recentemente individuato la molecola JNK3 come possibile indicatore del danno alle cellule nervose. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Parkinson's Disease, suggerisce che la presenza di questa proteina nel sangue potrebbe consentire di distinguere le persone affette da parkinson dai soggetti sani attraverso un semplice prelievo ematico. Si tratta di un risultato che alimenta la prospettiva di strumenti diagnostici più semplici e accessibili per il monitoraggio della malattia e per l'identificazione precoce dei pazienti.

Le nuove frontiere della cura

Sebbene una terapia definitiva non sia ancora disponibile, la ricerca sta ampliando in modo significativo diverse opzioni per il controllo dei sintomi. Tra le innovazioni più interessanti figura una terapia a ultrasuoni focalizzati guidati dalla risonanza magnetica, attualmente in sperimentazione presso il Policlinico Universitario Luigi Vanvitelli di Napoli, con l'obiettivo di ridurre in modo non invasivo i tremori tipici della patologia. Risultati preliminari incoraggianti arrivano anche dalla stimolazione magnetica transcranica (TMS), tecnica non invasiva e indolore che, secondo un recente studio condotto dalla Washington University School of Medicine di St. Louis e pubblicato su Nature, avrebbe mostrato la capacità di migliorare alcuni sintomi del parkinson.

Convivere con la malattia

In attesa di terapie risolutive, gli esperti ricordano che i farmaci oggi disponibili possono contribuire a rallentare il peggioramento della malattia, soprattutto quando il trattamento viene avviato tempestivamente. Accanto agli aspetti clinici resta fondamentale anche il supporto psicologico e motivazionale. Un concetto richiamato dallo stesso Franceschini, che ha sottolineato come sia importante «non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare. Per cercare di combattere il parkinson, oltre ai farmaci, è decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi: io non mollo, io continuo a vivere, a esserci e non isolarsi». In un contesto in cui il numero dei pazienti continua a crescere, la combinazione tra diagnosi precoce, ricerca scientifica e nuove strategie terapeutiche rappresenta oggi la principale speranza per migliorare la qualità di vita delle persone che convivono con questa patologia neurologica.

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