
Mettere sui social media avvertenze sui possibili effetti per la salute mentale potrebbe funzionare? Adolescenti e giovani adulti sembrano pensare di sì, soprattutto quando i messaggi parlano esplicitamente di depressione e ansia. Ma non sappiamo ancora se, davanti a un avviso, utilizzerebbero davvero meno Instagram, TikTok o le altre piattaforme.
È la principale indicazione che emerge da una ricerca della Stanford Medicine, pubblicata su JAMA Health Forum. Lo studio ha coinvolto 1.012 persone tra i 13 e i 29 anni per capire quali messaggi sanitari possano risultare più incisivi se inseriti all'interno dei social.
La questione non è soltanto teorica. Negli Stati Uniti si discute da tempo dell'introduzione di warning sanitari sulle piattaforme e alcuni Stati hanno già legiferato. In California una normativa specifica entrerà in vigore dal gennaio 2027.
Ansia e depressione colpiscono più dell'invito a fare una pausa
Ai partecipanti sono stati mostrati diversi avvisi, presentati graficamente come se fossero inseriti all'interno di una pagina Instagram. I ricercatori hanno scelto messaggi riferiti a depressione, ansia, disturbi del sonno, immagine corporea, dipendenza e possibili danni complessivi alla salute mentale. Il confronto comprendeva anche un semplice invito a prendersi una pausa dallo schermo, simile agli strumenti già adottati da alcune piattaforme.
A fare maggiormente presa sono stati i riferimenti ai danni per la salute mentale, alla depressione e all'ansia. Quasi tutti i warning costruiti attorno a possibili conseguenze sulla salute sono stati inoltre considerati più capaci di scoraggiare l'utilizzo rispetto al semplice suggerimento di interrompere temporaneamente la navigazione.
Secondo Anna Grummon, professoressa associata di Pediatria alla Stanford Medicine e prima autrice dello studio, una possibile spiegazione è la familiarità dei giovani con questi problemi. Ansia, depressione e disagio psicologico possono essere riconosciuti come esperienze vicine, vissute direttamente oppure osservate tra amici e coetanei.
Un risultato analogo è emerso nelle due fasce di età studiate. I ragazzi tra 13 e 17 anni e i giovani adulti tra 18 e 29 hanno espresso valutazioni molto simili sull'efficacia dei messaggi, nonostante le differenze nell'età e nell'esperienza con gli strumenti digitali.
Un warning efficace sulla carta può non cambiare le abitudini
È però qui che emerge il principale limite della ricerca. Ai partecipanti è stato chiesto quanto ritenessero che ciascun messaggio li avrebbe scoraggiati dall'utilizzare i social e quanto aumentasse la loro consapevolezza dei rischi. Non è stato invece osservato il loro comportamento successivo. Lo studio non dimostra quindi che l'introduzione dei warning riduca il tempo trascorso sulle piattaforme.
La distinzione sarà importante anche per valutare le normative che stanno cominciando a essere introdotte negli Stati Uniti. Gli avvisi sanitari hanno una lunga storia nella prevenzione legata a tabacco e alcol, ma trasferire lo stesso modello nell'ambiente digitale presenta difficoltà differenti.
Un messaggio stampato su un pacchetto di sigarette accompagna continuamente il prodotto. Sui social gli avvisi dovrebbero invece comparire durante l'utilizzo, generalmente attraverso pop-up o altre interruzioni della navigazione. Frequenza, formulazione e modalità di presentazione potrebbero quindi incidere sulla risposta degli utenti.
Lo studio di Stanford permette per ora di individuare quali argomenti attirino maggiormente l'attenzione dei giovani. Il passaggio successivo sarà verificare se la maggiore percezione del rischio produca anche un cambiamento misurabile delle abitudini. Solo allora sarà possibile stabilire se i warning possano diventare uno strumento efficace di prevenzione o rimangano soprattutto un richiamo alla consapevolezza.



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