
Un limite giornaliero all'utilizzo dei social, restrizioni durante la notte, stop alle notifiche negli orari scolastici, maggiori controlli parentali e strumenti più rigorosi per verificare l'età degli utenti. L'accordo raggiunto negli Stati Uniti tra Meta e una coalizione di procuratori generali non riguarda soltanto il risarcimento miliardario chiesto al gruppo proprietario di Facebook e Instagram: interviene direttamente sulle modalità con cui bambini e adolescenti possono utilizzare le piattaforme.
L'intesa, ancora soggetta all'approvazione del tribunale, potrebbe costare a Meta fino a 16,68 miliardi di dollari nell'arco di dieci anni. Alla base del procedimento ci sono le accuse secondo cui alcune caratteristiche delle piattaforme sarebbero state progettate in modo da favorire un utilizzo compulsivo da parte dei minori, con possibili conseguenze sulla loro salute. Meta nega di aver commesso illeciti.
Per chi si occupa di salute dell'infanzia e dell'adolescenza, tuttavia, la dimensione giudiziaria è soltanto una parte della questione. Il problema è capire quando una modalità di utilizzo ormai ordinaria nella vita dei ragazzi comincia a interferire con sonno, attività quotidiane, rendimento scolastico, relazioni e benessere psicologico.
Non tutto l'uso dei social è patologico
Su questo punto le evidenze richiedono cautela. Non è scientificamente corretto stabilire un rapporto automatico tra utilizzo dei social e disturbo mentale. Una recente revisione dell'American Academy of Pediatrics sottolinea come gli studi mostrino risultati differenti e come l'esperienza digitale possa produrre conseguenze positive o negative a seconda delle caratteristiche individuali, del tipo di utilizzo e dei contenuti ai quali il ragazzo viene esposto. I social possono anche offrire supporto, relazioni, possibilità di espressione e costruzione dell'identità.
Esiste però una quota di adolescenti nella quale l'utilizzo assume caratteristiche problematiche. I dati dello studio internazionale HBSC, realizzato in collaborazione con l'OMS Europa su quasi 280 mila ragazzi di 11, 13 e 15 anni, indicavano segni di uso problematico dei social nell'11% degli adolescenti, rispetto al 7% rilevato nel 2018. La percentuale raggiungeva il 13% tra le ragazze e il 9% tra i ragazzi.
L'OMS utilizza una definizione che comprende comportamenti simili a quelli osservati nelle dipendenze: difficoltà a controllare l'utilizzo, progressivo abbandono di altre attività e prosecuzione del comportamento nonostante le conseguenze negative. Gli adolescenti con uso problematico riferiscono inoltre più frequentemente minore benessere mentale e sociale, meno sonno e orari di addormentamento più tardivi.
Dal tempo trascorso online ai segnali da cercare
È qui che il tema entra nell'ambulatorio del pediatra e del medico di famiglia. Il numero di ore davanti allo smartphone, preso isolatamente, non consente di formulare una diagnosi. Conta soprattutto ciò che accade intorno all'utilizzo.
Alterazioni persistenti del sonno, difficoltà scolastiche, progressivo isolamento dalle attività offline, ansia o irritabilità quando non è possibile accedere ai social, perdita di controllo sul tempo trascorso online e interferenza con le relazioni possono rendere opportuno approfondire le modalità di utilizzo digitale.
Particolare attenzione merita inoltre il tipo di contenuti ai quali il minore è esposto. Non casualmente l'accordo americano prevede protezioni specifiche contro contenuti relativi ad autolesionismo e disturbi alimentari, oltre a limitazioni delle funzioni che favoriscono il confronto sociale.
L'American Academy of Pediatrics indica da tempo ai pediatri l'opportunità di indagare l'esposizione ai media in presenza di sintomi quali insonnia e livelli elevati di ansia, inserendo l'utilizzo digitale nella valutazione complessiva del paziente anziché considerandolo necessariamente come causa autonoma del disturbo.
Il pediatra può portare i social nell'anamnesi
La conseguenza pratica è relativamente semplice: chiedere dei social può diventare parte dell'anamnesi dell'adolescente, soprattutto quando compaiono modificazioni del comportamento, disturbi del sonno o difficoltà psicologiche e scolastiche.
Non significa attribuire automaticamente allo smartphone sintomi che possono avere origini molto differenti. Al contrario, significa ricostruire il contesto: quanto viene utilizzato, in quali momenti della giornata, con quale capacità di interromperne l'uso, quali contenuti vengono frequentati e soprattutto quali conseguenze produce nella vita quotidiana.
L'approccio raccomandato dall'AAP è infatti non giudicante e può comprendere strumenti validati per individuare un possibile uso problematico, oltre al dialogo con ragazzi e famiglie.
Dalla responsabilità individuale alla progettazione delle piattaforme
Ed è probabilmente questo l'aspetto di politica sanitaria più interessante della vicenda americana. La tutela della salute dei minori non viene affidata esclusivamente alla capacità delle famiglie di controllare l'utilizzo dello smartphone. L'accordo interviene sulla progettazione stessa delle piattaforme.
Limiti temporali, blocchi notturni, riduzione delle notifiche, controlli sui contenuti e verifica dell'età traducono in caratteristiche tecniche un principio di prevenzione: se esiste una popolazione particolarmente vulnerabile, una parte della protezione deve essere incorporata nell'ambiente digitale nel quale quella popolazione trascorre una quota crescente della propria vita.
La stessa OMS invita governi, autorità sanitarie, scuole, famiglie e operatori sanitari a intervenire contemporaneamente, evitando di ridurre il problema alla responsabilità del singolo adolescente.
I 16,7 miliardi del caso Meta fanno inevitabilmente notizia. Per la sanità, però, la questione più importante viene dopo: distinguere l'utilizzo intenso da quello problematico, riconoscere precocemente i segnali di disagio e considerare l'ambiente digitale come una delle componenti della salute dell'adolescente. Anche nell'ambulatorio del pediatra e del medico di famiglia.



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