
Lo studio
Il team di ricerca ha incrociato le abitudini digitali del campione – tempo trascorso su Facebook, Instagram e TikTok – con gli esiti dei test Invalsi di italiano, inglese e matematica, rilevati in quattro momenti distinti del percorso scolastico. La maggior parte degli adolescenti italiani apre il primo profilo social intorno ai 10-11 anni, età che secondo i ricercatori coincide con una fase molto delicata per lo sviluppo cognitivo e la capacità di concentrazione.
Il confronto tra gruppi è il cuore dei risultati. Rispetto ai coetanei che hanno aperto un account in terza media o più tardi, gli studenti che lo hanno fatto già in prima media hanno ottenuto punteggi inferiori sia in italiano sia in matematica, con una riduzione stimata equivalente a circa sei mesi di istruzione in meno. Il divario non si attenua con la crescita: in seconda superiore, tra i 15 e i 16 anni, il divario resta stabile in italiano e si allarga ulteriormente in matematica.
Il parere degli esperti
Secondo i ricercatori, a incidere sul rendimento non sarebbero tanto i contenuti visualizzati quanto la pervasività dello smartphone nella quotidianità dei ragazzi. Lo spiega Marco Gui, professore associato di Sociologia dei media all'Università degli Studi di Milano-Bicocca e primo autore dello studio: «Tra tutte le possibili spiegazioni testate nel nostro lavoro, quella più plausibile è che a incidere sui voti sia l'impatto nel corso della giornata della continua consultazione dei social, con conseguente iperstimolazione e distrazione prolungata».
Un dato conferma questa lettura: la probabilità di aver aperto un account in età precoce è risultata più alta tra gli studenti che dichiarano di controllare lo smartphone con maggiore frequenza, rafforzando l'ipotesi di un legame tra uso compulsivo dei dispositivi e calo dell'attenzione applicata allo studio.
Le proposte
Sul fronte delle possibili soluzioni, Gui indica tre direzioni di intervento. La prima riguarda il potenziamento dell'educazione digitale e delle competenze di base nelle scuole. La seconda chiama in causa direttamente le piattaforme: «È importante poi rivedere gli aspetti di design delle piattaforme che ne rendono la fruizione compulsiva». Infine, secondo il ricercatore, andrebbe valutato un ritardo nell’accesso ai social per i minori, eventualmente anche attraverso interventi normativi: «Sarebbe utile posticipare l'accesso dei minori ai social, anche a livello normativo».




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