
L'Italia continua a investire nella prevenzione oncologica, ma la risposta dei cittadini resta insufficiente. A lanciare l'allarme è il Ministero della Salute: a fronte di circa 16 milioni di persone invitate a partecipare agli screening organizzati per la diagnosi precoce dei tumori, poco più di 6,5 milioni aderiscono effettivamente ai programmi. Un dato che evidenzia quanto sia ancora ampio il margine di miglioramento per aumentare la partecipazione e ridurre le differenze territoriali nell'accesso alla prevenzione.
A fare il punto è stato Sergio Iavicoli, direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute, intervenendo in Commissione Affari sociali durante l'indagine conoscitiva sull'attuazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e sull'erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni: «nella fascia prevista dai livelli essenziali di assistenza, invitiamo 16 milioni di persone a effettuare gli screening oncologici. Di queste, solo 6,48 milioni rispondono all'invito». Numeri che, secondo il direttore generale, «richiedono particolare attenzione, soprattutto perché evidenziano un forte divario tra Nord e Sud».
Mammografia, adesioni in crescita ma restano le disuguaglianze
Tra i programmi di prevenzione più diffusi c'è lo screening mammografico, rivolto alle donne nella fascia di età indicata dai programmi nazionali. Nel 2024 sono state invitate 4,08 milioni di donne tra i 50 e i 69 anni, prima dell'ampliamento della platea introdotto dal ministro della Salute Orazio Schillaci. L'adesione si è attestata al 53,8%, un dato in aumento rispetto agli anni precedenti. Nonostante il trend positivo, restano però marcate differenze tra le diverse aree del Paese, con alcune Regioni che registrano tassi di partecipazione significativamente inferiori alla media nazionale.
Più basse le adesioni agli screening per collo dell'utero e colon-retto
Le criticità emergono in modo ancora più evidente negli altri due principali programmi di prevenzione oncologica. Per lo screening del tumore della cervice uterina, l'adesione si ferma intorno al 42%, mentre per lo screening colorettale la partecipazione scende al 35,8%, risultando la più bassa tra i programmi organizzati dal Servizio sanitario nazionale. Percentuali che indicano come milioni di persone rinuncino ogni anno a controlli gratuiti in grado di individuare lesioni precancerose o tumori nelle fasi iniziali, migliorando significativamente le possibilità di trattamento.
Le cause
Per il Ministero non basta aumentare il numero degli inviti. È necessario comprendere perché una parte della popolazione continui a non aderire. Secondo Iavicoli, occorre analizzare le ragioni che limitano la partecipazione, a partire dal livello di alfabetizzazione sanitaria, dalla fiducia nei servizi sanitari e dalle barriere culturali che possono influenzare le scelte dei cittadini. «È necessario continuare a lavorare per aumentare l'adesione agli screening e garantire una maggiore equità nell'accesso alla prevenzione su tutto il territorio nazionale», ha sottolineato.
Il ruolo dei medici e della digitalizzazione
Per migliorare i risultati, il Ministero punta anche su un maggiore coinvolgimento dei professionisti sanitari e sull'uso delle tecnologie digitali. «Per raggiungere questi obiettivi», ha spiegato Iavicoli, è necessario da un lato «comprendere le cause» della scarsa partecipazione e dall'altro «coinvolgere maggiormente i medici e sfruttare di più la digitalizzazione». L'obiettivo è rendere la prevenzione dei tumori sempre più accessibile, aumentando la consapevolezza dei cittadini e riducendo le disuguaglianze che ancora oggi caratterizzano l'adesione agli screening oncologici nelle diverse aree del Paese.




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