
A 30 anni la prima consapevolezza dell’invecchiamento
Per il 26% degli intervistati, il primo pensiero legato al proprio invecchiamento compare tra i 25 e i 34 anni, la fascia più rappresentata. Un ulteriore 13% colloca questa consapevolezza addirittura prima dei 25 anni. Complessivamente, il 51% degli italiani afferma di pensare almeno occasionalmente al proprio invecchiamento.
Il dato non riguarda esclusivamente la dimensione biologica. Secondo la ricerca, la percezione dell’età risente anche delle aspettative sociali associate alle diverse fasi della vita. Percorsi professionali e familiari meno lineari, una maggiore distanza dall’autonomia economica e il confronto con modelli di realizzazione diffusi attraverso i social possono contribuire a generare la sensazione di essere in ritardo rispetto alle tappe considerate tradizionalmente “normali”.
Più aumenta l’età, più ci si sente giovani
La percezione soggettiva dell’età restituisce però un quadro apparentemente opposto. Il 62% degli over 65 dichiara di sentirsi più giovane rispetto alla propria età anagrafica. La stessa percezione riguarda il 58% delle persone tra 35 e 44 anni e il 37% della fascia 25-34 anni, mentre tra i 18-24enni si ferma al 22%.
La ricerca identifica quindi due atteggiamenti che possono coesistere: da una parte i cosiddetti “Mindful”, il 51% che riflette almeno occasionalmente sull’invecchiamento; dall’altra gli “Ageless”, il 49% che dichiara di sentirsi più giovane dei propri anni. Pensare al trascorrere del tempo non coincide necessariamente con la percezione di essere anziani.
Tra coloro che riflettono sul proprio invecchiamento, il 41% considera il fenomeno una componente naturale della vita, mentre il 19% riferisce di averlo vissuto con paura. Questa seconda risposta risulta particolarmente presente nella fascia 25-34 anni, che coincide anche con quella nella quale emerge più frequentemente la prima consapevolezza del tema.
Per altri, invece, la riflessione sull’età diventa uno stimolo a modificare alcune abitudini: il 15% indica la necessità di gestire meglio tempo ed energie e il 13% quella di dedicare maggiore attenzione alla cura di sé.
Il termine longevity rimane relativamente poco familiare: soltanto il 14% degli italiani dichiara di conoscerne bene il significato. Quando però il concetto viene ricondotto alla vita quotidiana, emerge una maggiore familiarità con i suoi contenuti.
Per il 51%, infatti, vivere più a lungo e in condizioni migliori significa soprattutto coltivare relazioni, dormire adeguatamente, praticare attività fisica, curare l’alimentazione, preservare il benessere mentale e dare valore alla propria vita.
Tecnologia e innovazione medica occupano invece uno spazio più limitato nelle associazioni spontanee: il 10% collega la longevità al monitoraggio dei parametri corporei attraverso dati e tecnologia e il 6% ai progressi della medicina.
La trasformazione della percezione del tempo modifica anche le aspettative nei confronti delle marche. Il 31% degli italiani dichiara di sentirsi più vicino ai brand capaci di evolvere in relazione ai bisogni delle diverse fasi della vita; il 29% apprezza quelli percepiti come maggiormente in sintonia con il presente, mentre il 22% considera positivamente chi introduce innovazione senza rendere più complessa la quotidianità.
Tra le richieste emerge soprattutto quella di prodotti percepiti come utili, semplici e coerenti con la vita reale, indicata dal 27% degli intervistati.
I risultati delineano così un rapporto con l’età sempre meno riconducibile alla sola anagrafica: la consapevolezza del tempo che passa può arrivare precocemente, mentre la percezione soggettiva della propria età tende, con gli anni, a discostarsi sempre più da quella indicata dalla carta d’identità.




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