
Il nuovo decreto sicurezza modifica le regole sull'imputabilità dei minorenni, introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere a partire dai 14 anni, salvo prova contraria. Una scelta che solleva interrogativi anche sul piano psicologico, dove la comprensione delle conseguenze delle proprie azioni e la maturazione del senso di responsabilità rappresentano processi distinti dall'accertamento giuridico dell'imputabilità.
Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre, dopo gli episodi di violenza verificatisi a Milano, estende inoltre ai minorenni, con specifiche garanzie, alcune misure preventive e l'arresto in flagranza differita. L'intervento legislativo rafforza gli strumenti di contrasto ai comportamenti violenti, ma apre anche una riflessione sul rapporto tra deterrenza, sviluppo psicologico e prevenzione. Su questi aspetti è intervenuto Ivan Iacob, segretario generale dell'Associazione Unitaria Psicologi Italiani (Aupi), richiamando la necessità di distinguere la risposta sanzionatoria dalla costruzione di una responsabilità personale consapevole.
Imputabilità e sviluppo psicologico: due piani differenti
La novità relativa ai minorenni tra i 14 e i 18 anni riguarda il criterio di accertamento della capacità di intendere e di volere. Mentre la disciplina precedente richiedeva una valutazione positiva di tale capacità da parte del giudice, il nuovo decreto introduce una presunzione superabile attraverso prova contraria. Non viene quindi eliminata la possibilità di valutare le condizioni individuali del minore, ma cambia il presupposto dal quale prende avvio l'accertamento.
Sul piano clinico, la capacità di comprendere il significato di un comportamento, il controllo degli impulsi, la valutazione delle conseguenze e la regolazione emotiva costituiscono dimensioni correlate ma non sovrapponibili. Durante l'adolescenza queste funzioni attraversano un processo di maturazione che può presentare differenze individuali significative, anche in relazione al contesto familiare, sociale e relazionale. La valutazione psicologica e psicopatologica può contribuire a descrivere tali caratteristiche, senza che esse determinino automaticamente una condizione di incapacità giuridica.
È proprio sulla distinzione tra rispetto della regola e interiorizzazione del suo significato che insiste Iacob. 'La differenza è tra fermarsi perché si riconosce il danno che si può arrecare e fermarsi soltanto per paura della punizione. Nel primo caso si sviluppa una responsabilità interiorizzata, nel secondo il comportamento dipende soprattutto dal controllo esterno', osserva il segretario generale Aupi.
Violenza giovanile, il ruolo del gruppo e della regolazione emotiva
L'analisi dei comportamenti violenti in adolescenza richiede di considerare anche la dimensione collettiva. Il rapporto con i coetanei, il bisogno di appartenenza e la ricerca di riconoscimento possono influenzare le decisioni individuali, soprattutto in situazioni caratterizzate da elevata attivazione emotiva. Questi fattori non costituiscono una spiegazione univoca della violenza né riducono automaticamente la responsabilità di chi la esercita, ma rappresentano elementi rilevanti per comprenderne i meccanismi e individuare possibili strategie preventive.
Secondo Iacob, sarebbe prematuro attribuire agli episodi recenti una matrice esclusivamente politica. Protesta, rabbia, appartenenza al gruppo e comportamenti opportunistici possono intrecciarsi, mentre la diffusione di immagini di atti violenti introduce un'ulteriore dimensione legata alla visibilità sociale. La scelta di filmare e condividere comportamenti distruttivi pone infatti interrogativi sul rapporto tra consapevolezza dell'azione, riconoscimento da parte dei pari e ricerca di approvazione.
Per gli psicologi e per i professionisti che operano nell'età evolutiva, questi aspetti richiamano l'importanza di interventi capaci di lavorare sulla regolazione emotiva, sulla gestione dei conflitti e sulla comprensione delle conseguenze dei comportamenti. Non si tratta di ricondurre la violenza giovanile a una condizione psicopatologica, associazione che sarebbe impropria, ma di riconoscere i fattori individuali e relazionali che possono contribuire alla comparsa o al consolidamento di condotte aggressive.
Prevenzione e sostegno alla genitorialità oltre la risposta sanzionatoria
Il decreto introduce anche sanzioni amministrative a carico di chi esercita la responsabilità genitoriale quando un minorenne, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, salvo che venga dimostrata l'impossibilità di impedire il fatto. La misura interviene sul piano della responsabilizzazione degli adulti, ma il tema della funzione educativa delle famiglie presenta implicazioni più ampie rispetto all'applicazione di una sanzione economica.
'Ascoltare i minori è fondamentale, ma significa anche aiutarli a riconoscere i limiti e comprendere le conseguenze delle proprie azioni', sottolinea Iacob, evidenziando come una genitorialità attenta alla dimensione affettiva possa incontrare difficoltà nell'esercitare anche una funzione regolativa. La questione riguarda la capacità degli adulti di costruire riferimenti coerenti, nei quali il rispetto delle regole non dipenda esclusivamente dalla presenza di un'autorità o dalla minaccia di una punizione.
In questo ambito, la prevenzione può avvalersi di interventi di sostegno alla genitorialità, programmi di educazione socioemotiva e percorsi di individuazione precoce delle difficoltà comportamentali. Il coinvolgimento degli psicologi nei contesti scolastici e nei servizi territoriali per l'età evolutiva può contribuire alla valutazione delle situazioni più complesse e alla costruzione di risposte integrate con famiglie, insegnanti e altri professionisti sanitari.
Resta fondamentale distinguere i comportamenti trasgressivi, che possono presentarsi durante l'adolescenza senza assumere significato clinico, dalle condizioni caratterizzate da aggressività persistente, compromissione del funzionamento personale e relazionale o presenza di disturbi psicopatologici. Solo una valutazione appropriata consente di individuare le situazioni nelle quali è indicato un intervento specialistico, evitando sia la medicalizzazione della devianza sia la sottovalutazione di condizioni che richiedono assistenza.
Il rafforzamento delle misure di sicurezza e gli interventi di prevenzione psicologica rispondono dunque a finalità differenti, che non devono necessariamente essere considerate alternative. La risposta penale interviene sulle condotte e sulle responsabilità previste dalla legge; il lavoro clinico ed educativo può contribuire a sviluppare competenze emotive e relazionali e a ridurre i fattori di rischio modificabili. È in questa distinzione che si colloca il richiamo dell'Aupi alla responsabilità condivisa di famiglie, scuola e istituzioni, affinché il contrasto alla violenza sia accompagnato da strumenti capaci di intervenire anche prima che i comportamenti problematici assumano rilevanza penale.




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