
Un referto oncologico positivo non comunicato, una diagnosi arrivata con un anno di ritardo e una paziente deceduta dopo la progressione metastatica della malattia. È il caso esaminato dalla Corte di Cassazione, Terza Sezione civile, con l'ordinanza n. 26074 del 1° ottobre 2026, che affronta la distinzione tra il danno derivante dalla perdita di una possibilità di sopravvivenza e quello legato all'anticipazione della morte. Una differenza rilevante nei contenziosi per responsabilità sanitaria, perché incide sulla natura e sulla quantificazione del risarcimento.
La vicenda riguarda una donna sottoposta nel 2001 a quadrantectomia per carcinoma mammario e successivamente seguita con controlli periodici. Il 31 marzo 2009 aveva effettuato un'ecografia mammaria dalla quale era emersa una positività per carcinoma duttulo-lobulare infiltrante. Il risultato non era stato comunicato alla paziente, che aveva appreso della presenza della neoplasia soltanto nel 2010, in occasione di una successiva valutazione specialistica. La malattia aveva poi avuto un'evoluzione metastatica, nonostante i trattamenti chemioterapici e ormonali, fino al decesso nel 2016.
Il ritardo diagnostico e la possibilità di sopravvivere più a lungo
L'erede della paziente aveva avviato un'azione risarcitoria nei confronti dell'azienda sanitaria, chiedendo il riconoscimento dei danni derivanti dal ritardo diagnostico. Il Tribunale aveva accertato una responsabilità sanitaria nella misura del 50%, mentre la Corte d'Appello aveva successivamente rideterminato il risarcimento in 54.468,54 euro, riconducendo il pregiudizio alla perdita di chance di sopravvivenza.
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, rilevando che la qualificazione del danno come perdita di chance era ormai divenuta definitiva nel procedimento. La decisione non stabilisce quindi che ogni ritardo diagnostico oncologico debba essere risarcito esclusivamente come perdita di chance, ma conferma l'importanza di distinguere i diversi pregiudizi che possono derivare da una diagnosi tardiva.
La perdita di chance riguarda la sottrazione di una possibilità seria, concreta e apprezzabile di vivere più a lungo, anche quando non sia dimostrato che una diagnosi tempestiva avrebbe certamente evitato il decesso. Si tratta di un danno autonomo, che non può essere calcolato semplicemente applicando una percentuale al valore economico degli anni di vita non vissuti.
Il valore clinico della tempestiva comunicazione dei referti
Per i medici, la vicenda evidenzia un aspetto centrale della sicurezza delle cure: l'esecuzione di un esame diagnostico non esaurisce il percorso assistenziale se il risultato non viene tempestivamente comunicato e seguito dagli approfondimenti necessari. Questo assume particolare importanza nei programmi di sorveglianza oncologica, nei quali il riconoscimento precoce di una recidiva o di una nuova lesione può modificare le opportunità terapeutiche.
Nei contenziosi per ritardo diagnostico, la ricostruzione della storia clinica deve permettere di valutare lo stadio della malattia, le possibilità terapeutiche disponibili nei diversi momenti e le conseguenze attribuibili al tempo trascorso prima della diagnosi. La documentazione del percorso diagnostico, della comunicazione degli esiti e delle successive decisioni cliniche assume pertanto un rilievo essenziale.
L'ordinanza n. 26074/2026 ribadisce che la perdita di chance di sopravvivenza costituisce un danno distinto dalla perdita anticipata della vita. Sul piano assistenziale, il caso richiama soprattutto la necessità di garantire continuità tra produzione del referto, comunicazione al paziente e presa in carico specialistica, evitando che un risultato diagnostico rilevante rimanga privo di conseguenze cliniche.




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