
La presenza di piaghe da decubito già al momento del ricovero non esclude automaticamente la responsabilità della struttura sanitaria per il successivo aggravamento delle condizioni del paziente. E soprattutto, una diagnosi riportata nella cartella clinica non costituisce una prova incontestabile della natura delle lesioni. Lo chiarisce la Corte di Cassazione, Terza Sezione civile, con l'ordinanza n. 1166, intervenendo su una controversia relativa al decesso di una donna ricoverata in una struttura sanitaria.
La vicenda nasce dall'azione risarcitoria promossa dal figlio della paziente, che attribuiva il decesso alla formazione o all'aggravamento di gravi lesioni da pressione durante la degenza. I giudici di primo e secondo grado avevano respinto la richiesta, ritenendo che le lesioni fossero già presenti all'ingresso e che il personale avesse provveduto regolarmente alla mobilizzazione della donna. Una conclusione fondata in larga misura sulle annotazioni della cartella clinica, considerate particolarmente attendibili anche perché non contestate attraverso una querela di falso.
La differenza tra attività documentate e diagnosi
La Cassazione ha censurato questa impostazione, distinguendo il valore delle diverse informazioni contenute nella documentazione sanitaria. Le attività effettivamente svolte e direttamente attestate dal personale, come la somministrazione di farmaci, l'esecuzione di procedure o le manovre assistenziali, godono del particolare valore probatorio riconosciuto agli atti pubblici, quando ricorrono i relativi presupposti.
Diverso è il caso delle valutazioni cliniche, delle diagnosi e delle interpretazioni formulate dal medico. L'indicazione secondo cui una lesione cutanea sarebbe riconducibile al decubito, così come la sua classificazione in uno specifico stadio, rappresenta un giudizio professionale che può essere discusso e confrontato con altri elementi clinici. Non assume automaticamente il valore di un fatto definitivamente accertato.
Nel procedimento esaminato, la Corte d'Appello aveva attribuito un'efficacia probatoria eccessiva all'annotazione che descriveva lesioni da decubito di secondo livello già presenti all'ingresso. La Cassazione ha chiarito che la natura diagnostica di quella valutazione imponeva di esaminarla insieme alle altre prove disponibili, senza considerarla incontestabile per il solo fatto di essere riportata nella cartella clinica.
Lesioni da pressione, prevenzione e continuità assistenziale
La decisione ha conseguenze concrete per la gestione dei pazienti fragili, anziani o immobilizzati. Le lesioni da pressione rappresentano una complicanza potenzialmente grave, che richiede valutazione del rischio, osservazione periodica della cute, mobilizzazione e scarico della pressione, oltre a interventi assistenziali proporzionati alle condizioni cliniche.
Anche quando le lesioni siano già presenti al ricovero, resta necessario documentarne le caratteristiche e l'evoluzione, registrando le misure adottate per prevenirne l'aggravamento. La distinzione è essenziale: attestare che una lesione esisteva prima della presa in carico non equivale a dimostrare che l'assistenza successiva sia stata adeguata.
La cartella clinica assume quindi una duplice funzione. Da un lato permette di ricostruire le condizioni iniziali e il percorso assistenziale; dall'altro consente di verificare quali interventi siano stati concretamente eseguiti. Per questo assumono particolare rilievo la registrazione delle valutazioni cutanee, delle procedure di prevenzione, dei cambiamenti clinici e delle eventuali modifiche al piano assistenziale.
La Cassazione dispone una nuova valutazione
Con l'ordinanza n. 1166/2026, la Suprema Corte ha accolto le censure relative all'errata valutazione probatoria e disposto un nuovo esame della controversia. Non ha quindi accertato definitivamente la responsabilità della struttura per il decesso, ma ha escluso che la sola annotazione diagnostica potesse essere trattata come una prova privilegiata della preesistenza e della natura delle lesioni.
Per medici e professionisti sanitari, il principio è particolarmente rilevante: la qualità della documentazione clinica non dipende soltanto dalla presenza di una diagnosi, ma anche dalla precisione con cui vengono registrati i dati osservati, le attività assistenziali e l'evoluzione delle condizioni del paziente. Nella prevenzione delle piaghe da decubito, questa tracciabilità rappresenta uno strumento di continuità delle cure e un elemento fondamentale nella ricostruzione di eventuali responsabilità.




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