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Obesità, non basta la bilancia: diagnosi e accesso alle cure restano le sfide aperte

Il riconoscimento della malattia come patologia cronica pone ora il problema di tradurre il diritto alla cura in percorsi concreti. E nuovi dati mostrano che il rischio metabolico può nascondersi anche in chi ha un peso nella norma.
Congressi

Riconoscere l’obesità come malattia cronica è un passaggio fondamentale, ma non sufficiente. Occorre intercettare precocemente le persone a rischio, superare una valutazione fondata esclusivamente sul peso e costruire percorsi assistenziali realmente accessibili. È uno dei messaggi emersi dal congresso nazionale della Società italiana dell’obesità (SIO), che a Palermo ha affrontato anche il tema della presa in carico e delle disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Dal riconoscimento della malattia al diritto alla cura

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I dati della sorveglianza Passi 2024-2025, presentati dall’Istituto superiore di sanità, mostrano che il 43% degli adulti italiani è in eccesso ponderale, con percentuali più elevate nelle regioni meridionali e tra le persone caratterizzate da maggiori fragilità socioeconomiche.

Accanto alla diffusione del problema emerge quello dell’intercettazione dei pazienti. Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto superiore di sanità, ha ricordato che «meno della metà degli intervistati riferisce di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso, nonostante sappiamo che il consiglio di un professionista sanitario aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti più salutari».

La questione diventa quindi tradurre il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica in un’effettiva possibilità di essere diagnosticati e curati. «Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili», ha sottolineato Silvio Buscemi, presidente della Società italiana dell’obesità e professore ordinario di Nutrizione clinica all’Università di Palermo.

Il peso normale non esclude il rischio metabolico

Un altro studio discusso a Palermo ha messo in evidenza i limiti di una valutazione basata soltanto sui chili e sull’indice di massa corporea (BMI). La ricerca, condotta su 495 studenti universitari dell’Università di Palermo, ha mostrato che oltre il 40% dei giovani con alterazioni metaboliche risultava normopeso secondo il BMI.

Un risultato che richiama l’attenzione sulla necessità, in determinate categorie di persone, di affiancare alla misurazione del peso una valutazione più approfondita della composizione corporea e del profilo metabolico.

«Il rischio cardiovascolare o metabolico significativo può nascondersi anche dietro un ago della bilancia rassicurante», ha osservato Buscemi. Una considerazione che sposta l’attenzione dal semplice numero indicato dalla bilancia a una valutazione più complessiva dello stato di salute e dei fattori di rischio del paziente.

Una rete di assistenza più vicina ai pazienti

Il congresso ha acceso i riflettori anche sull’organizzazione dell’assistenza. In Sicilia si stimano circa 800 mila persone con obesità, mentre i centri Hub di terzo livello ai quali indirizzare i pazienti che richiedono una presa in carico più complessa sono concentrati nelle aree metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Una situazione che, ha precisato Buscemi, non significa che l’obesità non venga trattata nelle altre province, «ma che i centri ai quali affidare i pazienti che necessitano della presa in carico più complessa sono concentrati nelle tre grandi aree metropolitane».

Il nodo, quindi, è rafforzare una rete già esistente rendendola più capillare e accessibile. «La Sicilia è stata tra le Regioni che hanno organizzato una rete dedicata all’obesità, ma oggi dobbiamo fare il passo successivo: 800 mila persone con obesità richiedono un sistema realmente accessibile in tutto il territorio, capace di accompagnare il paziente dal primo livello di assistenza fino all’alta specialità quando necessaria», ha aggiunto il presidente SIO. Dai dati discussi a Palermo è emersa così una doppia necessità: affinare gli strumenti con cui viene valutato il rischio metabolico e, allo stesso tempo, fare in modo che il riconoscimento dell’obesità come malattia si traduca in una presa in carico concreta. Diagnosi più precise e accesso alle cure diventano così due aspetti della stessa sfida.

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