
La procedura rappresenta un’opzione meccanica per la prevenzione dell’ictus in pazienti selezionati, nei quali si intende evitare l’anticoagulazione orale a lungo termine. Dopo l’impianto, tuttavia, è necessario un trattamento antitrombotico per consentire la guarigione e l’endotelizzazione del dispositivo e limitare il rischio di trombosi. La scelta del regime ottimale resta una questione clinica, soprattutto considerando il rischio emorragico spesso elevato in questa popolazione.
SIMPLAAFY: tre strategie a confronto
Il trial multicentrico, randomizzato e open-label ha coinvolto 1.857 pazienti con fibrillazione atriale non valvolare, arruolati in 87 centri statunitensi tra ottobre 2024 e dicembre 2025. Tutti avevano ricevuto con successo il dispositivo Watchman FLX Pro ed erano eleggibili per i tre regimi terapeutici.
I partecipanti sono stati assegnati a:
Doppia terapia antiaggregante: clopidogrel 75 mg/die e aspirina 81-100 mg/die per sei mesi, seguiti da aspirina.
Anticoagulante orale a dose ridotta: principalmente apixaban 2,5 mg due volte al giorno oppure rivaroxaban 10 mg/die per tre mesi, seguito da aspirina.
Aspirina in monoterapia: 81-100 mg/die per 12 mesi.
L’endpoint primario era un composito di mortalità per tutte le cause, ictus, embolia sistemica o sanguinamento maggiore entro sei mesi.
L’endpoint composito si è verificato nel 6,9% dei pazienti trattati con DAPT, nel 5,1% di quelli assegnati agli anticoagulanti a dose ridotta e nel 3,3% del gruppo aspirina.
Entrambe le strategie in monoterapia hanno soddisfatto i criteri di non inferiorità rispetto alla doppia terapia antiaggregante: il rapporto di rischio è stato 0,75 per gli anticoagulanti a dose ridotta e 0,49 per l’aspirina.
Le percentuali di ictus sono risultate simili nei tre gruppi: 1% con DAPT e 0,7% con ciascuna monoterapia. Non sono stati rilevati casi di embolia sistemica.
Il dato più rilevante riguarda il sanguinamento. Gli eventi maggiori sono stati osservati nel 4,5% dei pazienti con DAPT, nel 2,7% con anticoagulanti a dose ridotta e nell’1,7% con aspirina. Anche i sanguinamenti clinicamente rilevanti non maggiori sono risultati meno frequenti con le monoterapie: rispettivamente 8,7%, 4,8% e 3,8%.
L’imaging a 45 giorni ha rilevato trombi correlati al dispositivo nel 3,4% dei pazienti trattati con DAPT, nello 0,9% del gruppo anticoagulanti a dose ridotta e nel 2,7% di quello con aspirina. Si tratta di risultati descrittivi: gli esiti di imaging erano esplorativi e non prevedevano un confronto statistico formale tra i gruppi.
Gli autori sottolineano che lo studio non era progettato per confrontare direttamente aspirina e anticoagulanti a dose ridotta. Inoltre, i risultati riguardano pazienti con impianto riuscito e senza complicanze, trattati con uno specifico dispositivo dotato di rivestimento in fluoropolimero. Non possono quindi essere automaticamente estesi a procedure complicate, ad altri dispositivi o a pazienti esclusi dal trial.
Il follow-up riportato è limitato a sei mesi; l’analisi secondaria a 12 mesi non è ancora completa.
I risultati suggeriscono che, dopo un impianto non complicato di Watchman FLX Pro, entrambe le strategie in monoterapia possono rappresentare alternative alla DAPT per gli esiti clinici a sei mesi, con un minore carico di sanguinamenti.
La scelta tra aspirina e anticoagulante a dose ridotta dovrà tuttavia considerare il profilo individuale di rischio trombotico ed emorragico, oltre alle preferenze del paziente. Lo studio non stabilisce quale delle due monoterapie sia superiore e non giustifica modifiche autonome della terapia: la gestione antitrombotica dopo LAAC resta una decisione clinica personalizzata.

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