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Intervista con il Dott. Giorgio Foresti, Presidente Assogenerici

Medicina Generale

Quali strategie per il futuro dell’assistenza farmaceutica?
E’ evidente che le risorse sono limitate, così come è evidente che i farmaci innovativi richiedono costi di ricerca e sviluppo sempre maggiori. Non è cancellando l’idea del premium price per i farmaci di ricerca che si potranno realizzare economie e garantire l’accesso più ampio possibile al farmaco innovativo, ma liberando risorse. Ritengo che il farmaco generico rappresenti un mezzo fondamentale a questo fine, assieme alla ricerca di una sempre maggiore appropriatezza della prescrizione. Certo, si deve cominciare a considerare il mondo del farmaco come un comparto, non come un settore in cui vi sono segmenti indipendenti: se un elemento del comparto consente un risparmio, le risorse così ottenute vanno investite all’interno del comparto stesso, cioè sui farmaci innovativi. Solo in questo modo si potrà rispondere al bisogno di salute di una popolazione che invecchia e alle esigenze del medico, che oggi si trova alle prese con la necessità di intervenire su fattori di rischio riconosciuti ma che, spesso, possono essere affrontati soltanto con un approccio farmacologico più aggressivo.

 

I dati sugli investimenti in ricerca presentati al Congresso di AssoGenerici confermano che l’intervento pubblico italiano è molto basso. Quali le cause? Quale il ruolo del generico?
Effettivamente, da tempo la ricerca in campo farmacologico è finanziata per la quasi totalità - il 90% - dalle aziende, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, dove molte ricerche condotte dagli NIH, che sono un ente federale, hanno consentito la messa a punto di nuovi importanti farmaci, basti pensare ai vaccini più recenti.
Però, come già detto, le risorse sono limitate e, se si vuole che lo Stato investa di più, si dovranno realizzare risparmi in altri settori. Anche questo rientra nella logica del comparto. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano il più alto tasso di innovazione farmaceutica e la più elevata penetrazione di generici nel mercato. Poi c’è un altro aspetto da tenere presente, se si parla del rapporto tra ricerca e farmaco equivalente: anche i produttori di generici fanno ricerca, per esempio nel settore dei drug delivery system, o nei processi produttivi, per non parlare dei produttori di biosimilari, che in base alla normativa europea devono seguire un percorso registrativo largamente sovrapponibile a quello delle specialità. Oggi le 50 aziende produttrici di generici in Italia investono in ricerca il 15% del fatturato: non è un dato trascurabile.

Il Direttore Generale dell’AIFA, Guido Rasi, ha detto che “la prescrizione per principio attivo potrebbe partire in ospedale, ma sul territorio è poco probabile che possa essere generalizzata”. Qual è la sua opinione?
Quello espresso dal professor Rasi è un dato di realtà: effettivamente, non vi sono oggi le condizioni per cui il medico italiano passi a prescrivere soltanto il principio attivo: è ancora troppo forte il retaggio di una cultura della specialità, frutto di una storia del farmaco in Italia che ha visto una protezione del brevetto e del marchio superiore a quella di molti altri Paesi europei.
Forse bisognerebbe proseguire nelle campagne di informazione e formazione e mutarne l’accento. In una prima fase, ci si è concentrati sull’aspetto del prezzo, oggi si deve stressare il concetto di equivalenza. Come è stato fatto notare, tra breve il medico di medicina generale quando prescriverà un farmaco cardiovascolare sceglierà per forza di cose soltanto tra farmaci a brevetto scaduto. A questo punto, ha ancora senso parlare in termini di specialità?
Tania Vuoso
 

Medicina Generale
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