
Un impatto che il sistema non sarebbe in grado di reggere secondo l'Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) se non si amplia la platea dei paganti (di chi cioè non è esente per reddito o per patologia): ad oggi infatti per specialistica ed esami paga il ticket 'solo' il 25% degli italiani, spendendo in media 150 euro a testa. Un raddoppio delle entrate previste dai ticket rischierebbe insomma di tradursi in una ''batosta per chi paga'', come ha sottolineato il presidente dell'agenzia, Giovanni Bissoni, avendo come effetti collaterali da un lato il rischio di non incassare quanto previsto, dall'altro di provocare una 'fuga' dal Servizio sanitario nazionale, come gia' e' successo con il superticket. Quest'ultimo balzello, una quota fissa per ricetta sulle prestazioni specialistiche più volte 'congelato' e infine entrato in vigore a luglio 2011, si e' dimostrato un 'flop' perché secondo le stime dell'Agenas, nelle casse delle Regioni sono mancati ''almeno 300 milioni di euro''. Come ha spiegato Bissoni, infatti, le entrate ''si sono circa dimezzate'', attestandosi tra i 400 e i 500 milioni, mentre la copertura da parte dello Stato era di 834 milioni di euro. Un problema, anche perché i ticket servono a far fronte ai costi fissi e incomprimibili delle strutture necessarie all'assistenza specialistica. Peraltro, secondo lo studio effettuato dall'Agenzia su 11 Regioni che rappresentano l'80% della popolazione, per effetto del superticket, ma anche della crisi economica, le prestazioni erogate hanno registrato, per la prima volta, un calo in media dell'8,5%, soprattutto gli esami di laboratorio. Un calo che tra i non esenti raggiunge il 17,2% di prestazioni in meno. ''E' difficile - ha osservato ancora Bissoni - pensare che si siano ammalati solo gli esenti nell'ultimo anno'': c'e' stata quindi una ''fuoriuscita'' dalla sanità pubblica che in parte si può spiegare con il ricorso al privato 'puro' (che spesso ha costi concorrenziali e minori tempi di attesa) e in parte con la rinuncia alle cure, anche se ''non siamo in grado di valutare i due fattori perché non c'è un monitoraggio sul privato''. ''Già una manovra da circa 800 milioni pone problemi di equità di accesso e di minori entrate - ha osserva Bissoni - il sistema non reggerebbe l'impatto di altri due miliardi.

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