
Da questo primo utilizzo (nel corso del quale si scoprì che la tossina distendeva anche le rughe) si passò a quello per il torcicollo spasmodico, fino all’iperidrosi, l’eccessiva sudorazione, delle ascelle e delle mani, con pubblicazioni a suo favore su riviste come il New England Journal of Medicine.
A queste prime applicazioni, coronate da un certo successo, soprattutto nell’iperidrosi, se ne sono aggiunte via via altre cosiddette off label, ovvero fuori indicazione, non autorizzate. Elencate in un articolo dedicato all’argomento sulla rivista Disease-a-Month: alcune decisamente bizzarre, come lo spasmo anale e il vaginismo. Altre serissime, come la vescica iperattiva, il crampo dello scrivano, la disfonia laringea, la paralisi spastica infantile, come sottolinea Nicola Portinaro, a capo dell’unità di ortopedia pediatrica dell’Istituto Humanitas di Milano: «È una terapia complementare, ma serve». Fra le tante applicazioni, forse la più importante è quella nella spasticità dei muscoli lasciata in regalo da un ictus. Spiega Marco Molinari, responsabile della sezione mielolesi della fondazione Santa Lucia di Roma: «La maggioranza dei centri che fanno riabilitazione dall’ictus in Italia oggi impiega la tossina botulinica, anche se la cosa non è nota al grande pubblico. Lo scopo delle iniezioni che contengono 200 unità di Botox contro le 50 dell’impiego cosmetico è quello di distendere i fasci muscolari rattrappiti in seguito alla paralisi.

Egualia chiede di distinguere il payback tra farmaci protetti da esclusiva e fuori brevetto e di anticipare al 2027 l'aumento del tetto per gli acquisti diretti.

La determina AIFA quantifica il ripiano dello sfondamento della spesa per acquisti diretti. Pagamenti alle Regioni entro 30 giorni dalla comunicazione.

Il CdA dell’Agenzia approva l’accesso al SSN per un farmaco orfano innovativo destinato all’epidermolisi bollosa, un antitumorale, cinque estensioni di indicazione e due medicinali equivalenti.

Nel trial DeLLphi-305, aggiungere tarlatamab a durvalumab nel mantenimento di prima linea ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto al solo durvalumab.
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